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Voto e clima di fiducia del paese

Quali elementi determinano l’esito di un’elezione? Risponde Carlo Buttaroni, presidente di Tecnè, sulle pagine dell’ultimo numero della Rivista della Fondazione Italianieuropei

di Redazione

Quali elementi determinano l’esito di un voto? Sicuramente ha un ruolo fondamentale il contesto socio-economico in cui si muovono gli elettori. A suggerirlo è il presidente dell’istituto di ricerca Tecnè e direttore editoriale di T-Mag, Carlo Buttaroni, in un articolo pubblicato nell’ultimo numero della Rivista della Fondazione Italianieuropei, La società dietro il voto.

Le elezioni europee del 26 maggio sono state definite da molti il “secondo tempo” delle politche del marzo 2018. Cosa è avvenuto in sintesi? Che la coalizione di governo – Movimento 5 Stelle e Lega – ha visto accrescere il proprio consenso rispetto al precedente appuntamento elettorale, almeno in termini percentuali (1,4%). In termini assoluti, infatti, si registra un saldo negativo cospicuo (-2,7 milioni di voti). Ciò che è cambiato, allora, è il rapporto di forza tra i due azionisti di maggioranza: al crollo del M5S («scompaiono dai radar pentastellati 6,2 milioni di elettori», ricorda Buttaroni) è corrisposto l’incremento notevole della Lega, che aumenta di 3,5 milioni di voti.

Il successo della Lega, poi, andrebbe misurato nel tempo. «Alle elezioni politiche del 2013 – scrive Buttaroni – aveva ottenuto 1,4 milioni di voti, alle elezioni europee 9,2 milioni: un saldo positivo di 7,8 milioni con un incremento di oltre il 550% in appena sei anni. Se si limita il raggio di azione il raggio dell’analisi agli andamenti del consenso tra il 2018 e il 2019, vale a dire un solo anno, la crescita è impressionante: +61% in media in Italia, di cui +39% nel Nord-Ovest, +40% nel Nord- Est, +78% nel Centro, +181% nel Sud e +109% nelle Isole».

Dall’altra parte, passando a sinistra, il Pd è riuscito a contenere i danni, crescendo – in termini percentuali – di quattro punti, ma anche qui il saldo è negativo se si guarda ai voti reali (-110 mila). Se molti di quanti votarono il Partito democratico alle politiche si sono rivolti all’astensione, una parte significativa ha invece “dirottato” il voto altrove, verso altri partiti, tra i quali la Lega.

Come si spiegano questi passaggi che abbiamo qui sintetizzato in poche righe? Come si diceva all’inizio, c’entra il quadro socio-economico. La cura del governo Conte non sembra dare ancora i frutti sperati: gli indicatori economici, a partire dalla fiducia dei consumatori registrata a maggio, testimoniano una situazione economica stabile o addirittura ritenuta peggiorata in taluni casi. Il lavoro arranca, l’Italia è infatti al penultimo posto in Europa per numero di occupati nella fascia 20-64 anni e per produzione di Pil per ora lavorata. Inoltre, lavorare non protegge dai rischi della povertà che ancora interessa segmenti importanti della popolazione e numerose famiglie italiane. Il ceto medio si è indebolito con la crisi e per le imprese, tra burocrazia e inefficienze su vari livelli, le cose vanno anche peggio. In tale scenario – sono quindi le osservazioni del presidente di Tecnè – la Lega è stata abile a intercettare quella porzione di elettorato – il ceto medio decaduto e l’area diffusa di fragiltà sociale – interpretandone (meglio, anche rispetto ai partner di governo del M5S) «la solitudine e le pulsioni, offrendo, prima ancora che soluzioni, voce e desiderio di riscatto».

Se Salvini ha dato la sensazione di avere chiara un’idea di Italia, Di Maio è sembrato invece impegnato a rimarcare le distanze dall’alleato, confermando in parte le differenze all’interno di una coalizione nata sulla base di un accordo tra contraenti. Mentre il Pd paga, da tempo, «una retorica tesa a celebrare il declino delle “classi sociali”, ritenendole inadeguate a cogliere l’essenza delle trasformazioni che attraversano le società globalizzate. Ma così facendo si è allontanato dai suoi insediamenti, perdendo di vista i suoi riferimenti tradizionali. Ha cambiato linguaggio e traiettorie; si è progressivamente avvicinato alle istituzioni mentre si allontanava dalla società civile, riducendo la capacità di ascoltare e promuovere identità collettive».

Non è un caso, insomma, se è proprio tra i “borderline” che la Lega fa registrare i maggiori incrementi percentuali. Segno a che sinistra – spiega l’analisi – la questione sociale resta ancora aperta. «La nuova composizione sociale – conclude perciò Buttaroni –, sicuramente mutata rispetto al passato, continua a descrivere una posizione gerarchica riferita all’occupazione e al reddito ma, soprattutto, rappresenta un sistema di relazioni complesso che si esprime anche sul terreno del comportamento di voto. Un aspetto, quest’ultimo, testimoniato proprio dal successo della Lega e di Matteo Salvini».

(qui l’articolo completo di Carlo Buttaroni)

 

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