Superare la crisi di senso dell’io globale | T-Mag | il magazine di Tecnè

Superare la crisi di senso dell’io globale

LA MISSION DI T-MAG
di Carlo Buttaroni

Gli scienziati non sono ancora riusciti a definire la quantità di dati, ma si stima che la capacità di memoria del cervello, tradotta in termini informatici, è di circa un milione di gigabyte. Vale a dire che potrebbe comodamente contenere 5 volte le informazioni dell’intera enciclopedia Treccani e i 900 anni di storia dell’archivio nazionale inglese occuperebbero soltanto il 7% delle nostre capacità, lasciando un bel po’ di spazio libero.
Il nostro cervello non solo è capiente, ma anche potente e veloce. Gli impulsi viaggiano, infatti, ad oltre 300 chilometri orari e non deve meravigliare se ci vengono immediatamente i brividi quando un’emozione colpisce i nostri sensi.
Tutta questa massa di informazioni, che viaggiano alla velocità di una Ferrari, sarebbero un inutile ingombro se non fossimo capaci di dare un senso a ciò che percepiamo e di legare il presente con un passato anche remoto e con un futuro non prossimo.
Il flusso del tempo, infatti, è un percorso lungo il quale – e all’interno del quale – gli uomini sviluppano le loro azioni e i loro progetti e dove gli eventi della vita si intrecciano in una trama dotata di senso.
Se oggi questo processo appare in crisi è perché si sta sviluppando un’esperienza del tempo in cui ogni istante è autonomo, che non si lega a quello che precede e a quello che lo segue, ma rimane isolato. L’esistenza diventa un insieme di momenti posti l’uno accanto all’altro, come una serie di eventi paralleli che non costituiscono una narrazione.
Se la coerenza non appare più un valore è perché ciò che oggi sembra veramente contare è vivere ogni momento di vita in modo funzionale, adeguato alle esigenze specifiche di quella situazione e di quel “tempo”. Ma senza trama i pensieri sono sempre più disordinati, i buoni sentimenti declinano in nuove e differenti attese. Ne deriva una vita di relazioni sociali spogliate da regole e orientamenti morali, dove i rapporti umani diventano anonimi e privi di coinvolgimento. Per questo si avverte la sensazione di vivere ai confini di una realtà incerta, abbandonati all’insicurezza di indefinibili orizzonti, senza un “altrove” verso cui dirigersi, un progressivo allontanamento dalle radici di memorie comuni e dai patrimoni condivisi dell’ethos civile.
Il disagio si presenta con i sintomi di una vera e propria malattia: assenza di senso, vuoto apparente, mancanza di verità. E’ un oblio di sé e da sé, una dimenticanza di esserci, una patologia delle forme e delle relazioni di vita, un pensiero malinconico in un corpo triste e pesante.
Prevale – per dirla con Galimberti – una cultura del “risparmio emotivo”, dove persino le parole si presentano come una lingua che parla a se stessa, perché manca l’elemento proprio del linguaggio rappresentato dalla relazione con l’altro.
Forse è anche per questo che nessuno sembra più rincorrere i miti, surrogandoli con personaggi improbabili “usa e getta”, che di volta in volta sono veline, calciatori, cantanti, attori che affollano le tante isole di quella scatola rovesciata di ombre cinesi che è la televisione.
Nella società che non attende e non si affida, sembra crescere una nuova e diffusa forma di malinconia sociale, insieme al sentimento di una profonda disillusione e di un’amara certezza: non scorgere il significante intorno a sé.
Proprio da qui, dal sentirsi agìti da un peso così poco sostenibile, affiora un sentimento diverso, e per certi versi antico, per un cambio di prospettiva. Il sapersi far carico, per ciascuno, dell’idea di bene comune vuol dire tornare a una dimensione naturale dell’uomo-sociale. Perché nell’eclissi degli dèi non c’è l’eclissi dell’uomo, ma nell’attesa cresce, per dirla con Bauman, “la solitudine del cittadino globale”, la sua insicurezza di fronte alle nuove incertezze annunciate nell’orizzonte del nuovo millennio. D’altronde è paradossale trovarsi costantemente esposti al rischio della perdita di sé e del senso della vita, nello stesso istante in cui il pensiero scientifico insegue l’immortalità.
E’ sulla base di queste considerazioni che abbiamo deciso di dare inizio a T-mag. Non puntiamo alla notizia. Al contrario, il nostro obiettivo, è uscire dalla notizia, destrutturarla per coglierne il significato ed il significante. Un obiettivo che segnala un rovesciamento di missione: tornare all’uomo, visto non più come strumento, ma come fine. D’altronde non vogliamo essere un organo di informazione, ma un aggregatore di idee che spieghino ciò che accade dentro e fuori la notizia. Abbiamo posto l’asticella in alto? Può darsi. O forse no se saremo capaci di sollevare i ragionevoli dubbi e le legittime domande che permetteranno a ciascuno, cercando le risposte, di dare un senso a ciò che accade.

 

7 Commenti per “Superare la crisi di senso dell’io globale”

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