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L’eclissi del futuro nelle nuove generazioni

di Carlo Buttaroni

Difficile catalogarli, difficile anche descrivere i contenuti della loro protesta. Sono i black bloc, cioè “blocco nero”. Per la felpa, il passamontagna, il casco. Insieme alla dotazione di spranghe, pietre e bottiglie incendiarie che costituiscono il loro arsenale. Si definiscono genericamente anarchici ma il richiamo è poco calzante visto che l’elemento che li caratterizza è proprio l’assenza di qualsiasi ideologia di riferimento. I black bloc, non hanno un’organizzazione visibile e strutturata e nemmeno una sede; non hanno un sito né tantomeno un giornale; non hanno un messaggio universale da veicolare e neanche un leader riconosciuto. Si aggregano quel tanto che basta a commettere azioni violente e devastazioni contro i simboli del sistema economico-finanziario globale e l’ordine precostituito.
Ricondurre il fenomeno a semplici episodi criminali – come è stato fatto dopo gli scontri di Roma del 15 ottobre – è riduttivo e spiega solo in parte, non fosse altro per la partecipazione attiva di centinaia di giovani. È difficile immaginare che sia stato un raduno di delinquenti incalliti. Oltretutto l’organizzazione militare delle azioni è apparsa tutt’altro che spontanea e improvvisata. Al contrario, sono state messe in campo tecniche di guerriglia che – come ha testimoniato un giovane black bloc – sono state apprese in corsi di formazione all’estero, quasi ci fossero dei master per specializzandi.
Ciononostante anche la definizione opposta, quella che li definisce terroristi, appare debole e fuorviante. Almeno nel significato che siamo abituati ad attribuire alla parola “terrorismo”.
Intanto perché, per quel che ne sappiamo, non hanno in dotazione armi: né pistole, né mitra, né esplosivi. E non è un elemento di poco conto, considerato che le organizzazioni terroristiche misurano la loro forza impattante anche sulla dotazione dell’arsenale. In secondo luogo i black bloc, non hanno un obiettivo politico dichiarato; le loro azioni non mirano ad avere effetti politici sul sistema che combattono; non hanno un’ortodossia che li supporta o un qualsiasi nuovo ordine da proporre. Il loro pantheon è ricco di simboli, ma ogni riferimento ideologico è bandito. Per questo motivo il fenomeno appare più caratterizzato da un processo d’identificazione (che avviene appunto attraverso i simboli) piuttosto che da un processo di condivisione (che si deve necessariamente basare sull’adesione a un progetto o a dei principi). Probabilmente si diventa black bloc semplicemente perché ci si identifica tali.
Per fare un paragone, il terrorismo rosso degli anni ‘70, nella sua delirante strategia, si poneva il problema di organizzare le masse immaginando di rappresentare la punta avanzata del movimento operaio; i black bloc, semmai, si mescolano alle masse per poi staccarsene senza alcuna pretesa di rappresentatività, rimarcandone semmai la sostanziale distanza.
Mentre il terrorismo di matrice fascista, si nutriva di riferimenti che immaginavano un nuovo ordine politico e sociale, teorizzando la difesa di un’originaria ipotetica purezza, i black bloc rivendicano spazi di manovra svincolati da qualsiasi ordine. Tant’è che le loro azioni non hanno la messa a fuoco sulle istituzioni, ma sui simboli di un sistema globale, anzi un meta-sistema, che non ha caratteristiche specifiche di natura politica, geografica, spirituale o etnica.
Non attaccano giudici o politici, sindacalisti o militanti di partito. Semmai divelgono segnali stradali facendone armi, devastano negozi e banche, bruciano automobili, scardinano bancomat. Combattono contro le forze dell’ordine in quanto simboli a guardia di altri simboli. A sentire le interviste dei fermati dopo gli scontri, il fatto che dentro le divise, o dentro i blindati, ci fossero uomini in carne e ossa, è un fatto accidentale, quasi secondario.
I black bloc non sono nemmeno lontanamente assimilabili ai manifestanti che hanno pacificamente protestato per le vie della Capitale, anche se entrambi criticano il modello di sviluppo economico attuale.

Lo stesso Mario Draghi, neopresidente della Banca centrale europea, ha riconosciuto le ragioni dei manifestanti e non c’è stato summit mondiale, negli ultimi anni, in cui non sia stato acceso il segnale d’allarme rosso sulla deriva futura dell’attuale modello di sviluppo: inquinamento, ingiustizie sociali, iniquità, insostenibilità, sono le parole usate dai grandi della terra. Le stesse parole usate dai movimenti che denunciano (pacificamente) tale modello di sviluppo. Ma anche le stesse che fanno da colonna sonora alle azioni (violente) dei black bloc.
Tutti criticano, quindi, nella stessa direzione. La parte opposta, quella dove risiedono le responsabilità, rimane quindi desolatamente vuota. Viene quindi da chiedersi dove nasca e trovi sostanza una situazione tanto assurda. In realtà la contraddizione è coerente con un sistema che si auto-alimenta, nutrendosi di se stesso. Una contraddizione che si evidenzia attraverso il passaggio dal rischio esterno, legato cioè alle minacce che possono derivare da ciò che è estraneo al sistema, al rischio interno, insito cioè alla natura del sistema stesso.
Il concetto di rischio accompagna la nascita delle società moderne, orientate al futuro. Intorno al concetto di rischio sono nate le prime assicurazioni, poi le associazioni di mutuo soccorso, infine i moderni sistemi di welfare state. Le società si sono sviluppate intorno alla convinzione che fosse possibile addomesticare le minacce attraverso la condivisione del rischio, calcolandone costi e benefici. Nel processo di conquista del futuro e nell’espansione verso nuove frontiere la valutazione del rischio ha giocato un ruolo via via sempre più importante.
Per secoli, però, il rischio che correvano le società nel loro processo di espansione era “esterno” al sistema (epidemie, guerre, carestie, calamità naturali). Negli ultimi anni, invece, stiamo assistendo al passaggio dal rischio esterno al rischio interno. Un rischio “costruito”, per usare le parole del sociologo inglese Antony Giddens, che deriva cioè da comportamenti e dinamiche che strutturano e caratterizzano i comportamenti e gli stili di vita delle persone e – in ultimo – il sistema stesso.
Oggi il problema, per il mondo ricco, non sono le carestie ma la sovrapproduzione; le crisi non nascono dall’impossibilità di soddisfare bisogni primari, ma dal calo di consumi voluttuari; se le alluvioni provocano decine di morti è perché si è edificato non rispettando la morfologia del territorio; se i ghiacci si sciolgono è a causa dell’effetto serra provocato dall’inquinamento. E potremmo continuare a lungo. Paradossalmente l’uomo non è più solo l’artefice del proprio futuro, ma anche dei rischi e delle minacce che lo insidiano. E più il sistema si sviluppa tanto più comporta minacce che derivano dalla sua crescita. Paradossalmente il rischio è insito nel fatto che tutto proceda bene, che il sistema si sviluppi secondo la sua essenza. Rispetto al rischio esterno, la minaccia interna è molto più insidiosa perché è la società che incappa in una serie di porte che ha precedentemente chiuso e che dopo nessuno sa più come aprire. Il sistema sembra cioè essere vittima di ciò che produce e di un ordine portatore di una minaccia di disastro che nessuno dichiara di volere.
E più il sistema si sviluppa tanto più comporta minacce che derivano dalla sua crescita. Una crescita, oltretutto, che non può essere fermata o rallentata perché rappresenterebbe anch’essa una minaccia. In estrema sintesi viviamo una situazione tale che qualsiasi direzione si prenda porta con sé una minaccia.

Si condivide il sentore di una catastrofe imminente che porta tutti a sostenere la necessità di un cambio di direzione. La minaccia è diventata quasi uno strumento educativo e la leva per un nuovo ordine di valori, purtroppo però indefinito.
Dal punto di vista psicanalitico qualsiasi tentativo di educare che si fondi sulla minaccia è destinato a fallire e porta a comportamenti illogici che si oppongono all’intenzione di partenza. Nel 1920 Freud, nel saggio Al di là del principio di piacere, inaugurava il concetto di pulsione di morte, spiegando che chi adotta un comportamento che può rilevarsi pericoloso non agisce solo per ignoranza. Al contrario, attraverso un comportamento negativo prova un godimento che nulla ha a che fare con il piacere, ma è appunto “al di là del principio di piacere”. Un esempio, in questo senso, è nelle numerose ricerche che evidenziano l’inutilità di usare come strumento di prevenzione contro il tabagismo, l’informazione sui pericoli del fumo. Ciò non significa che l’informazione sia del tutto inutile, resta però una condizione necessaria ma non sufficiente. Educare dicendo “se non si cambia è probabile che domani la vita sarà un disastro” è pericoloso perché la minaccia di disastro si trasforma inevitabilmente in promessa di disastro facendo entrare in gioco la pulsione di morte. Se tutto è destinato a finire, vuol dire che non c’è nulla da preservare, non c’è una direzione dove andare, un riscatto da annunciare. Ne consegue che la distruzione e la devastazione non hanno controindicazioni. Ci si accanisce contro i simboli di ciò che appare ineluttabile. Sotto questo punto di vista i black bloc, con il loro abbigliamento nero, sono oscuri presagi di quella pulsione di morte su cui rifletteva Freud.
Far leva sulla minaccia dell’inevitabilità della fine è una trappola fatale perché solo un mondo di desiderio, di pensiero e di creazione è in grado di sviluppare dei legami e di comporre la vita in modo da produrre qualcosa di diverso dal disastro annunciato.
Il migliore antidoto contro la diffusione del “blocco nero” non è vietare le piazze ma di riempirle di giovani, dal volto scoperto, colorati e armati dell’arma più efficace contro la morte: il desiderio di vita.

 

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