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Gli Stati Uniti ad un anno dalle elezioni presidenziali

di Antonio Caputo

Tra un anno esatto, il 6 Novembre 2012, gli elettori americani saranno chiamati al voto per le elezioni presidenziali (ma anche per eleggere tutta la Camera, un terzo del Senato, e diversi governatori). Qual è lo stato dell’arte oggi, ad un anno, appunto, da quella data?
Andiamo con ordine: innanzi tutto, per potersi candidare è necessario superare la dura selezione delle primarie interne al partito, selezione nella quale ci si affronta senza esclusione di colpi e dopo cui restano spesso sul campo numerosi “morti” e “feriti”.
Dalle primarie (caucus, ossia assemblee di partito in alcuni Stati e primarie vere e proprie in altri), non è esentato neppure il presidente in carica, sebbene di norma nel partito non ci siano seri sfidanti qualora il presidente uscente cerchi la rielezione. Di norma dicevamo ma non sempre: è capitato diverse volte dal dopoguerra ad oggi, e ciò non ha mai “portato bene” al presidente in carica (Truman nel 1952, Johnson nel 1968; i due vista la “mala parata”, si sono peraltro ritirati dopo le prime tornate di primarie; e ancora, Ford nel 1976, Carter nel 1980, Bush padre nel 1992, i quali pur avendo ottenuto la “nomination” di partito, sono stati poi battuti alle elezioni generali); d’altronde il fatto che nel partito stesso si metta in discussione la figura presidenziale, è sintomo di un malessere dell’elettorato verso l’amministrazione uscente.
In campo democratico, Obama non dovrà affrontare una seria sfida per la candidatura, e questa, per il presidente, è già una buona notizia, per quanto detto su. Certo, i sondaggi ad ora non sono granché per lui e un bis della netta vittoria del 2008 (un vantaggio nazionale del 7.3%, quasi dieci milioni di suffragi, e ben 365 voti elettorali a 173) è allo stato improbabile. Non significa naturalmente che Obama passerà la mano, anzi, solo che una sua vittoria (ancora l’ipotesi al momento più probabile) non sarà certo delle dimensioni di quella di tre anni fa.
Più incerta la situazione tra i Repubblicani: da sempre, il “front runner”, ossia il favorito è l’ex governatore del Massachusetts, il miliardario mormone Mitt Romney, ma non c’è pieno accordo nella base elettorale del GOP su di lui. In particolare, alla destra protestante non piace la sua fede, ai conservatori fiscali il suo profilo moderato (in Massachusetts approvò una riforma sanitaria non dissimile da quella di Obama), ai conservatori sociali il suo essere flip – flop, ossia oscillante, come sull’aborto. L’essere flip flop (in quel caso sui temi della sicurezza nazionale) costò ad esempio la vittoria al suo conterraneo Kerry battuto da Bush nel 2004.
Accanto a Romney, emergono a volte impetuosamente per poi tornare improvvisamente giù altri candidati: fino all’anno scorso, la sfidante più accreditata era Sarah Palin, in rapido declino però dopo la figuraccia rimediata nella sua terra (Alaska), con la sconfitta del suo candidato al Senato; in Primavera/Estate, toccò alla “pasionaria” del Tea Party Michelle Bachmann (Minnesota), in auge fino all’accordo in Parlamento sul debito, a inizio agosto: un fuoco di paglia, durato qualche settimana, ma in rapido ripiego quando l’elettorato si rese conto di come l’oltranzismo dei Tea Party stesse facendo precipitare in un vortice estremista i Repubblicani (in maggioranza alla Camera) e la cosa rischiava di costare la bancarotta del bilancio; i Repubblicani isolarono così gli estremisti fiscali, poi mollati anche dall’elettorato; verso Ferragosto fu poi la volta del governatore del Texas Rick Perry, in rapidissima ascesa, tanto da poter addirittura battere Obama, ma poi le sue gaffe nei dibattiti lo portarono a crollare nei sondaggi, tanto nella sfida ad Obama quanto nelle primarie repubblicane. A partire da ottobre è poi emerso il businessman della Georgia, Herman Cain, una vera sorpresa perché afroamericano (rarità tra i Repubblicani); Cain è parso in grado di prevalere su Romney, e di contendere a Obama (almeno in parte) il voto afroamericano, cosa che avrebbe potuto riservare più d’una sorpresa nella mappa elettorale degli Stati. Cain però è stato (o si è) azzoppato, proprio a inizio novembre, per uno scandalo sessuale e negli USA le questioni di donne (si sa) fanno saltare le carriere politiche; al momento il candidato non è ancora crollato, ma è ormai ragionevole pensare che non andrà lontano.

 

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