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Pensioni e lavoro, governo alla prova

Sotto i 35 anni, nel 2010, il numero degli occupati ha registrato un calo di 980 mila unità. E tra i giovani nella fascia di età 15-29 anni uno su quattro non lavora (gli scoraggiati tra i 15 e i 24 anni sull’opportunità di trovare un lavoro sono l’11,2%, tra i 25 e i 29 raggiungono addirittura quota 16,7%). In altri termini i cosiddetti neet, ovvero coloro che né studiano né lavorano – di cui T-Mag ha scritto più volte nelle ultime settimane – rappresentano, sempre nel 2010, il 22,1%.
Che la situazione occupazionale italiana non fosse delle più rosee lo sapevamo già. Il Rapporto del Censis non fa altro che confermare dati sviscerati in questi mesi. Non da ultimi quelli dell’Istat di mercoledì che avevano evidenziato ad ottobre un aumento della disoccupazione (il più alto da maggio 2010) con picchi riguardanti la sfera giovanile e quella femminile. Non stridono, dunque, le parole del ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, secondo il quale l’occupazione rappresenta l’emergenza. Così come, una volta di più (e se mai ce ne fosse reale bisogno), si capisce il senso dell’auspicio del ministro del Welfare, Elsa Fornero: “Dalla prossima settimana lavoreremo per migliorare il mercato del lavoro soprattutto per giovani e donne, con l’obiettivo di dare ai lavoratori più svantaggiati e precari, chance in più di lavoro vero”. Di qui una sorta di flexsecurity, con l’introduzione di un reddito minimo garantito.
Ma è attorno alla questione pensioni che il governo deve affrettarsi. Incassata la fiducia, un po’ persa nel recente passato, dei partner europei, Monti è ora alle prese con i mal di pancia nostrani. Soprattutto quelli dei sindacati, che il premier – sotto pressione in questo senso – ha deciso di convocare per domenica (alla stregua degli enti locali, con buona pace di Cota e Zaia che non saranno presenti alla riapertura del parlamento padano, mentre i partiti verranno consultati sabato). La parte dolente riguara la soglia minima di contributi necessari per ottenere la pensione di anzianità a prescindere dall’età raggiunta. Ora è fissata a 40 anni, ma è possibile che verrà introdotto un innalzamento tra i 41 e i 43 anni di contributi. La leader della Cgil, Susanna Camusso, aveva già indicato 40 come il “numero magico” (l’Ansa ha riferito pochi giorni fa che nel 2010 i due terzi dei pensionati per anzianità Inps sono usciti con 40 anni di contributi). L’intenzione del governo, stando almeno agli annunci fino adesso ascoltati, sarebbe quella di varare “una riforma incisiva ma che rispetta il principio di equità tra le generazioni”. Che è in fondo quello che chiedono anche le parti sociali, posti i dovuti distinguo. “Noi vogliamo una trattativa e non una semplice consultazione – ha affermato il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni -. Stiamo parlando di problemi di milioni di persone, problemi delicatissimi che hanno bisogno di una giustificazione per qualsiasi soluzione si intraprenda. Sappiamo che andiamo verso soluzioni rigorose, ma il presidente del consiglio ha promesso al Senato e alle parti sociali, che ogni decisione sarà sorretta da equità ed è quello che chiediamo”.
Di una cosa possiamo stare certi: il governo verrà ora giudicato alla prova dei fatti. Il 5 dicembre era stata indicata come la data utile per un cambio di rotta che dovrà mettere d’accordo tutti, i lavoratori in primis. Senza dimenticare – come notavano giovedì Alesina e Giavazzi sulle colonne del Corriere della Sera – che “è vero che le politiche per la crescita hanno bisogno di tempo per produrre effetti concreti, ma gli investitori guardano lontano: l’annuncio credibile di riforme incisive potrebbe avere effetti immediati sugli spread e quindi sul costo del debito pubblico e sulla disponibilità di credito per le aziende”.

F. G.

 

1 Commento per “Pensioni e lavoro, governo alla prova”

  1. amledi

    MI VIEN CHE RIDERE

    “Mi vien che ridere”…diceva in TV il buon Buzzanca qualche decennio fa.
    Sapete perchè?
    Penso ad esempio a una sezione della scuola dell’ infanzia composta da 28 bambini, tra cui diversi anticipatari (bambini di poco più di 2 anni), bisognosi di cure da parte di persone TOTALMENTE LUCIDE e SCATTANTI.
    Vi figurate una 66-67enne tutta “acciaccata” e “appannata” (io di anni ne ho 57 e non c’è un giorno che mi alzi senza un dolore addosso) correre dietro a 28 marmocchi 28, che piangono a destra, strillano a sinistra, si accapigliano e si tirano calci a vicenda (scene di quotidiana amministrazione)?
    E’ venuto da ridere (si fa per dire) anche a voi o no?
    E per finire: qualcuno mi può spiegare perchè dopo i quarantacinque anni la legge stabilisce che non si può adottare UN SOLO, ripeto UN SOLO, bambino al di sotto dei 10 anni ?
    Forse perchè la differenza d’età tra i genitori e l’adottato sarebbe troppo grande e i primi non riuscirebbero a prendersi cura in maniera adeguata, del piccolo?
    Questo concetto non è però valido per la scuola: un’ insegnante a 67 anni può seguire “BENISSIMO” ,con un entusiasmo alle stelle, non uno, ma anche VENTICINQUE -TRENTA alunni, senza rischi, anche solo per la semplice incolumità degli stessi.
    Inoltre…gli insegnanti, pur facendo parte dell’amministrazione pubblica, svolgono un lavoro ESTREMAMENTE delicato e impegnativo, un lavoro che, contrariamente a quanto si pensa , sfibra sia a livello fisico che psichico.
    Nessuna persona di buon senso può dire che compilare e timbrare un foglio alla volta sia equivalente a gestire una classe di 25 alunni urlanti e relativi genitori, sempre più frequentemente “fuori di testa”.

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