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Come sono andate le elezioni in Russia

di Antonio Caputo

Dal voto di domenica esce una Russia diversa dal previsto: male il partito Russia Unita dei diarchi Vladimir Putin (premier e già presidente della Repubblica) e Dimitrij Medvedev (presidente in carica) e ripresa delle opposizioni, su tutti i Comunisti di Gennady Zyuganov, ma anche la forza di centrosinistra Russia Giusta, in squadra con Medvedev alle presidenziali e i nazionalisti del redivivo Zhirinovsky.
I risultati, anzitutto: Russia Unita, pur vincendo, crolla dal 64% del 2007, a circa il 50%; un calo, quindi, di quasi 15 punti in quattro anni, segno che, nonostante mobilitazione ingente e brogli, per la prima volta in tanti anni il regime semi autoritario messo in piedi “mostra la corda”. In ripresa, dicevamo, le opposizioni: i Comunisti, che quasi raddoppiano, passando da poco più dell’11% a quasi il 20; il centrosinistra di Russia Giusta, anch’essa al raddoppio, dal 7,5 al 13,5% ed i nazionalisti di Zhirinovsky, che balzano al 12%.
Male, invece, i liberali filooccidentali di Yabloko, al 3.5%, un dato che non consente loro margini di manovra, relegandoli fuori dalla Duma (il Parlamento di Mosca).
Nonostante il calo, il Partito di “Zar” Putin conserva una abbastanza tranquilla maggioranza assoluta, con 238 seggi su 450; potrà, quindi, governare in solitudine, senza esser costretto ad accordi di coalizione, a differenza di quanto, invece, sembrava emergere dai primi scrutini; perde però la maggioranza dei due terzi che deteneva nel Parlamento uscente, cosa che non gli consentirà di cambiare da solo la Costituzione, ma neppure questo è un gran dramma per Putin e Medvedev: le modifiche principali sono state già fatte ed è comunque difficile che le opposizioni, nel caso Putin chieda i loro voti in Parlamento su questioni cruciali, glieli neghino.
C’è di più: le opposizioni non costituiscono un’alternativa a Putin e al suo sistema, essendo assai distanti l’una dall’altra; se cioè Russia Unita ed il suo blocco non hanno più il dominio assoluto, non c’è possibilità di un governo alternativo che metta insieme forze moderate come Russia Giusta e Liberali filoccidentali, con estremisti, quali comunisti e nazionalisti di estrema destra.
Il voto pone, però, problemi seri alla formazione putiniana, soprattutto in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, a partire dalle presidenziali: ora come ora, il ritorno di Putin al Cremlino non è in discussione, soprattutto per la ricordata mancanza di alternative; ma “Zar” Vladimir potrebbe, per la prima volta da quando è arrivato al potere (autunno 1999), subire l’onta del ballottaggio. Non fu necessario nel 2000, quando si liberò al primo turno dei suoi avversari, riportando il 53%; men che mai nel 2004, allorché ottenne un trionfo a valanga e nel 2008, quando, non potendo correre per un terzo mandato, passò la mano al delfino Medvedev, che trionfò col 69%.
Le ragioni del tracollo di Russia Unita (in parte registrato dai sondaggi, ma non nelle dimensioni riscontratesi) risiedono, più che nella crisi economica che ha colpito solo marginalmente il Paese (ma che potrebbe creare problemi ben più seri, qualora l’economia globale entrasse in recessione, con un conseguente calo della domanda petrolifera, architrave dell’economia russa), principalmente nella stanchezza dell’elettorato nei riguardi dell’oligarchia di potere. In un sistema democratico, una perdita di oltre 14 punti è di certo una débacle, ma in un regime semi autoritario, qual è quello russo, è un vero e proprio tsunami. Il sommovimento elettorale potrebbe innescare un’onda imprevedibile sulle presidenziali di marzo: in quella sede si vedrà se la slavina di domenica sarà stato un incidente di percorso o l’inizio della fine di un’epoca.
Ma se anche fosse, l’Occidente non si illuda: scalzare Putin significherebbe saltare dalla padella nella brace se a prevalere fossero nostalgici del Comunismo o ultranazionalisti; il rischio di bissare quanto successo in Nordafrica, dove, regimi autoritari sì, ma laici sono stati scalzati da rivolte sponsorizzate da USA e UE, e sostituiti, in quel caso, con Governi islamici, non ce lo si può proprio permettere, soprattutto in un Paese, la Russia, al contempo potenza petrolifera e nucleare.

 

1 Commento per “Come sono andate le elezioni in Russia”

  1. […] di Vladimir Putin nelle ultime settimane numerose manifestazioni contro i presunti brogli di dicembre hanno destato preoccupazione al partito del premier (ne sono state organizzate altrettante a suo […]

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