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Manovra, gli effetti della “cura Monti”

di Carlo Buttaroni

La “cura Monti” per salvare l’Italia, per adesso, funziona. Almeno così segnalano i monitor sintonizzati sui mercati finanziari. Se sia merito del principio attivo contenuto nel mix di provvedimenti, o un effetto psicologico determinato dall’autorevolezza del medico, lo vedremo nei prossimi mesi. Certo è che il malato reagisce positivamente e gli effetti collaterali, nell’immediato, sono trascurabili. Almeno dal punto di vista dell’umore. Nonostante i tagli nel corpo del Paese, infatti, cala di poco la fiducia nel professor Monti e nell’opinione pubblica continua a prevalere l’idea, vista la situazione contingente, di sacrifici necessari.
Probabilmente ci si aspettava qualcosa di più dall’equipe del professore, in termini di equità e di qualità. La medicina, infatti, ha una forma già vista e il sapore amaro di una tradizionalissima stangata.

Non serviva una squadra di super tecnici per mettere insieme provvedimenti che fanno leva su nuove imposte e nuovi tagli alla spesa sociale e agli enti locali. Stupisce che un governo tecnico, forte di una delega piena da parte del Parlamento, non sia stato in grado di varare subito quei provvedimenti, invocati, da anni ma inibiti dalla contabilità del consenso politico: un’imposta sui grandi patrimoni, un riequilibrio delle aliquote fiscali tra rendite finanziarie (20%) e lavoro (36%), un affondo più convinto per il recupero dell’eversione e del sommerso.
Uno sforzo nella direzione dell’equità e della giustizia è stato fatto con la tassa sui capitali scudati, quelli cioè rientrati dall’estero e condonati da Tremonti. Nella stessa direzione vanno l’imposta di bollo sulle operazioni finanziarie, i rincari del bollo per le auto di grossa cilindrata, i tagli ai costi della politica. Gran parte del credito, il premier lo ha giocato sulle pensioni, con un intervento di natura strutturale dagli effetti sociali rilevantissimi. Il blocco della rivalutazione degli assegni somiglia molto a una tassa sui pensionati, che oltretutto non risparmia i trattamenti compresi tra i 1.000 e i 2.000 euro al mese. E’ l’entrata in vigore del sistema contributivo per il calcolo della pensione, però, a rappresentare la novità più importante del processo di riscrittura delle regole previdenziali. Con la manovra finisce, la lunga stagione delle pensioni di anzianità che ha avuto, in questi anni, effetti pesantissimi sulla spesa corrente. Il punto è che il sistema previdenziale, con la riforma, diventa virtuoso dal punto di vista della sostenibilità economica, ma disastroso per gli effetti sociali nel medio termine. Senza un’immediata riforma fiscale e del mercato del lavoro, nella direzione di un riequilibrio per andare incontro al mutato sistema di calcolo, l’INPS, nel prossimo futuro, diventerà la fabbrica di nuovi poveri. Siamo solo all’inizio di riforme che cambieranno, dalle basi, il sistema economico e sociale.
L’invito dei più grandi sindacati europei, firmato per l’Italia da Susanna Camusso, per un nuovo patto sociale, va nella direzione di ripensare le regole di convivenza e di governo in una chiave non più solo legata alla finanza. L’orizzonte è quello europeo, per affrontare l’insieme delle sfide, a cominciare da una nuova politica monetaria ed economica.

Il patto fiscale, le politiche di redistribuzione delle ricchezze, il diritto del lavoro e la negoziazione collettiva sono stati il collante del più lungo periodo di prosperità economica e democratica in Europa. Un collante che ha consolidato relazioni del lavoro moderne, permettendo un forte coinvolgimento dei lavoratori, attraverso le loro organizzazioni, nella vita delle imprese. Soltanto basandoci su questi valori, che hanno definito il modello sociale europeo si potrà uscire dalla crisi.
Il progresso dell’Unione europea si deve basare sulla coesione sociale e la solidarietà interna tra gli stati membri e nella solidarietà e la coesione politica tra essi. Per raggiungere questo obiettivo, bisogna agire in un quadro comune europeo e rafforzare il dialogo sociale. È per questo motivo bisogna evitare marginalizzazioni, manifestando la volontà di mobilitarci in un quadro europeo, per ottenerle.

 

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