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La democrazia in Italia, tra identità e progetti

di Aly Baba Faye

Questa che viviamo è una particolare stagione politica nella quale la tecnocrazia ha preso le redini del governo. Un fatto che la dice lunga sull’incompiutezza della transizione italiana. Ci è voluto ulteriormente lo strapotere della Finanza per mettere completamente a nudo la fragilità del sistema politico e per evidenziare una sorta di relativismo democratico: la democrazia come qualcosa che all’occorrenza si può fare a meno.
In questa ottica l’avvento del governo Monti necessita di una riflessione approfondita sulla crisi dei partiti rilegati ai margini della politica attraverso un commissariamento di fatto. Una riflessione che deve andare oltre le cose dibattute in questi mesi circa il rapporto tra Democrazia e Mercato. Quel che serve è una riflessione sulla politica in particolare sui partiti, sulle loro identità e sui loro progetti. Monti ha realizzato qualcosa che finora è stato impensabile: unire trasversalmente la maggioranza delle forze democratiche. Il governo in carica pur non essendo votato dagli elettori ha avuto la fiducia e ha il sostegno della maggioranza delle forze politiche presenti in Parlamento. Dunque una democrazia indiretta che rimette in discussione l’elezione diretta del premier? In ogni caso, Monti oggi può essere considerato il capo di una maggioranza politica trasversale costituita da una folta schiera di democratici italiani.
Infatti, se per democratico si intende l’aggettivo “essere democratico”, allora i partiti di Alfano, di Bersani e di Casini, sono la maggioranza politica che sostiene il governo. Ma sono democratici anche Di Pietro, Vendola, Bossi e altri. Ormai siamo tutti democratici e ciascuno a modo proprio. Oggi in Italia, dubbi di democraticità riguarderebbero solo un’infima minoranza di nostalgici di ideologie sconfitte dalla storia. Ma la condivisione della democrazia come sistema non vuol dire che siano tutti ugualmente democratici. Essere una democrazia non implica affatto identità di visioni e strategie per la gestione del paese. Va bene il trasversalismo, l’interclassismo e nazionalismo emergenziale o tutto quel che vogliamo, ma questa esperienza tecnocratica non può che essere una parentesi politica. Non è immaginabile una gestione duratura del paese con una coalzione nazional-democratica, almeno che si voglia abolire le elezioni e mettere in soffito definitivamente la democrazia. Poiché la democrazia rappresentativa presuppone una competizione tra progetti allora bisognerà cominciare a distinguere tra visioni e strategie connesse con le diverse offerte politiche.
Ora, senza aspettare il 2013 quando finirà la legislatura e il Salvatore della Patria avrà completato la sua missione, bisogna prepararsi ad un rientro nella normalità democratica magari con un maggiore ancoraggio dell’Italia nel sistema europeo.
In questa prospettiva mi giunge voce che qualcuno stia già lavorando per l’unità delle forze progressiste e per un bipolarismo di tipo europeo che vede la competitizone tra progressisti e conservatori. Mi sembra una cosa seria per fare chiarezza e fare uscire la democrazia dal limbo del formalismo procedurale e per restituirle sostanza politica.

 

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