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Al cinema? Non solo commedie. Intervista a Emiliano Corapi

di Giampiero Francesca

Chiunque sia abituato ad andare al cinema avrà notato come la produzione italiana sia piuttosto omogenea. Sulla scia delle commedie di successo si moltiplicano infatti le pellicole di questo nuovo genere, lasciando pochissimo spazio a progetti indipendenti. Per questo motivo abbiamo intervistato Emiliano Corapi, regista e sceneggiatore di Sulla strada di casa, che con il suo particolare film di genere è riuscito nell’impresa di infrangere la barriera del nostro non mercato, arrivando a vedere il buio della sala.

Sulla strada di casa è un film di genere sui generis, come è nata l’idea di questa storia?

L’idea è nata da un articolo di cronaca, dove si raccontava come le organizzazioni criminali per spostare carichi illeciti sfruttino persone incensurate. Lo spunto è venuto così, subito, in un primo momento. Certo alla fine molto è cambiato, ma la storia di un corriere che accetta il rischio pur di sollevarsi dalla sua condizione economica, no.

Da quello spunto iniziale hai però costruito una sceneggiatura molto complessa ed intricata, come ci hai lavorato?

Una volta pensati i primi passaggi il resto si è sviluppato tutto molto velocemente. Nella prima stesura avevo già definito quasi tutti gli elementi del film, anche se ci sono volute ben altre quattordici stesure per arrivare a quella definitiva. Gli snodi comunque c’erano già tutti sin dall’inizio. In fondo una volta che hai identificato bene una storia ed un tema, gli elementi più importanti del racconto e del film, ti resta solo il lavoro di amalgama, di fusione di tutte le parti per poter esprimere meglio il sentimento del racconto. L’obiettivo, secondo me, è solo quello di fare un buon film, se poi questo ha dei significati, magari anche attuali, è una cosa in più.

Il tuo film sembra unire molti elementi di generi diversi, hai pensato a qualche modello in particolare mentre lo realizzavi?

Alcuni mi han detto che il film sembra richiamare Duel (Steven Spielberg, 1971) ma in realtà non c’era un vero modello. Sulla strada di casa è un film di genere, ma non solo. C’è sicuramente tensione, un sentimento noir, ma c’è anche un’anima drammatica. Per fare questo ho dovuto costruirmi da solo un linguaggio, una forma. Infatti il film evade gli schemi, i topoi classici del genere, e arriva ad una rappresentazione naturale. L’uso della macchina a mano, le scelte di fotografia erano per me funzionali sia al racconto di genere che allo spirito drammatico.

Cinema di genere appunto. Dopo molti anni sembra che in questo momento in Italia si intraveda di nuovo spazio per questo cinema…

Direi innanzitutto che c’è bisogno che ci sia. Sono film che il pubblico vuole vedere, e gli incassi dei film di genere, non solo italiani, lo mostrano piuttosto chiaramente. Nell’ottica di creare un mercato, un mercato vero che ancora non esiste, si devono assolutamente produrre film così. In altri paesi europei, come la Francia, se ne producono moltissimi, anche se magari solo per il mercato interno, cosa che dovremmo fare anche noi. In fondo se esiste una domanda perché non produrre l’offerta?

Il problema è dunque il mercato…

Un mercato con pochi interlocutori, mi riferisco ovviamente ai distributori, è un mercato limitato. E questo si, è un problema. Manca una vera concorrenza. E’ come se, di fatto, i tre, quattro grandi distributori italiani decidessero loro quali film verranno prodotti. Così, finiscono per essere realizzati solo film che, prima ancora della produzione, hanno un accordo per la distribuzione in sala. E’ un po’ un circolo vizioso, in cui i grandi circoli degli esercenti, le poche distribuzioni e le produzioni finiscono per partecipare alle stesso limitatissimo mercato. E’ inutile stare a sottolineare come, se si riuscisse ad uscire da questa logica, sarebbe sicuramente meglio per tutti.

Il tuo però è un film che ha sputo conciliare un budget limitato con una produzione molto complessa, con molte location e situazioni difficili. Come siete riusciti a conciliare tutto questo?

Male. Sin dalla sceneggiatura si capiva che, in teoria, questo non era un film da progetto indipendente. Già far partire la produzione di un film piccolo, con tre location, è una grossa incognita, figuriamoci farne uno con così tante e varie situazioni. E’ stato un lavoro di produzione enorme. In realtà c’è stato, soprattutto, un grandissimo lavoro di edizione. Per motivi di costo infatti abbiamo girato molte scene in giro per l’Italia senza gli attori, limitando al massimo la loro presenza sul set. Così, ad esempio, ci siam trovati a dover raccordare scene girate dentro la macchina in un luogo con esterni ripresi da un’altra parte. Il problema era che spesso, essendo estate, mi trovavo di fronte a panorami arsi dal sole che avrei dovuto montare insieme a verdi campagne. E’ stato davvero un lavoro incredibile. Comunque, anche grazie a questi espedienti, siamo riusciti a realizzare il film.

Qualche anno fa, durante un festival della fiction di Roma, presentasti un progetto pilota, Raffinati. Che differenza hai trovato nel lavoro cinematografico rispetto a quello televisivo?

L’esperimento di Raffinati è stato, per me, come lavorare ad un cortometraggio. Anche in quel caso mi son dovuto confrontare con le difficoltà di un budget molto ristretto, ma avevamo l’obiettivo di portarlo in tv, e l’idea ci sembrava molto buona. Ovviamente era molto più facile da realizzare. Abbiamo girato tutto in pochi giorni, con un’unica location. Il linguaggio però era davvero innovativo, molto diverso da quello che si vede oggi in televisione.

Quindi ora, dovendo scegliere fra televisione e cinema?

L’ideale per me ora sarebbe girare un altro film, magari con un budget un po’ più ricco. Ma mi piacerebbe anche molto confrontarmi con la tv. In questo periodo, soprattutto su SKY, si stanno producendo molte serie di genere interessanti. Anche quella sarebbe una sfida allettante. Per ora però sto scrivendo delle sceneggiature per film che non girerò direttamente io e resto in attesa. L’uscita di Sulla strada di casa è stata sfortunata e non è andato benissimo. Dico sfortunata perché è coincisa con i due week end di neve. Molti cinema erano chiusi o non raggiungibili, e questo certo non ha giovato al nostro film.

 

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