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Donne, tra lavoro e famiglia

Ricapitolando, l’indomani. Il gap salariale tra uomo e donna è pari al 17,5% in Europa. E ciò, ha sottolineato tra gli altri il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, è ancora più vergognoso dal momento in cui il 60% degli studenti che si laureano sono donne.
Da par suo, il ministro del Lavoro con delega alle Pari opportunità, Elsa Fornero, ha auspicato che la maternità non sia causa né di non partecipazione né, peggio, di allontanamento spesso permanente delle donne dall’attività lavorativa”. Anche perché “la metà delle donne che non partecipa al mercato del lavoro sono una riserva nascosta di crescita”. Bankitalia aveva stimato una perdita del Pil del 7%, ad essere precisi.
Nel 2010 in Italia (dati Istat) sono circa 380 mila le lavoratrici dipendenti che hanno beneficiato dell’astensione obbligatoria per maternità. Tra le neo-mamme, il 91% ha un contratto a tempo indeterminato (e vive al Nord nel 58% dei casi), il 9% a tempo determinato (di cui il 52% concentrato nel Sud i Isole). Stando al Rapporto sulla coesione sociale “ammontano a 286 mila i lavoratori dipendenti che hanno usufruito di congedi parentali (astensione facoltativa) nel 2010. Di questi, il 93,5% ha un contratto a tempo indeterminato (nel Nord si concentra il 67% dei congedi parentali con contratti a tempo indeterminato). Fra i lavoratori che hanno goduto dei congedi parentali pur non avendo il posto fisso (6,5%), quasi i tre quarti (74%) sono concentrati al Sud e nelle Isole”. A tale proposito, Fornero ha osservato come una “misura da adottare consista nel distribuire il congedo parentale tra entrambi i genitori”. La convinzione della ministro è che conciliare lavoro e maternità abbia ripercussioni positive sui figli. Quelli che hanno una madre che lavora, infatti, sono “meno a rischio povertà e asocialità e hanno migliori risultati scolastici”. Sarebbe cioè un “circolo virtuoso che si può innescare”.
A ben vedere, nonostante un lieve miglioramento, le donne continuano ad avere maggiori difficoltà a conciliare i tempi di lavoro e di cura della famiglia. Mediamente (sommando le ore dedicate al lavoro e alla famiglia, appunto) la donna è impegnata per almeno un’ora e 15 minuti in più (gli anni di riferimento sono il 2008 e il 2009).
“L’indice di asimmetria del lavoro familiare – si legge sempre sul Rapporto Istat sulla coesione sociale –, ossia quanta parte del tempo dedicato al lavoro domestico, di cura e di acquisti di beni e servizi è svolta dalle donne, indica che il 71,3% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne. Nelle coppie con entrambi i partner occupati, il maggior grado di asimmetria si osserva tra le coppie con i figli residenti nel Mezzogiorno (74,6%), in quelle in cui l’età del figlio più piccolo sipera i 14 anni (74,6%) e quelle in cui la donna ha un titolo di studio basso (72,2% nel caso di licenza elementare o media). Le donne, in particolare quelle occupate – viene spiegato –, sono penalizzate anche per il tempo libero. Il gap di genere si riduce nel tempo, ma resta a livelli elevati: gli uomini dispongono di 59 minuti in più di tempo libero rispetto alle donne, venti anni fa la differenza era di 1 ora e 14 minuti”. In questo senso, una proposta già lanciata su queste pagine, potrebbe essere il part time al maschile.

F. G.

 

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