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La migliore gestione dell’acqua è una risposta alla crisi

Anche se con un certo ritardo rispetto alla data della sua presentazione avvenuta alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua, pubblichiamo di seguito le parti salienti del rapporto di Legambiente, Ambiente Italia 2012, che proprio all’acqua dedica particolare attenzione considerato il referendum sul tema di giugno dello scorso anno. E’ ad ogni modo importante dare il giusto risalto al Rapporto perché, come si spiega alla fine, una più efficiente gestione dell’acqua può essere anche una risposta alla crisi occupazionale.
“L’Italia – si legge nella sintesi – è tra i paesi più ricchi di risorse idriche: 2.800 metri cubi per abitante l’anno, pari ad una disponibilità teorica di circa 52 miliardi di metri cubi, distribuiti in tutta la penisola con disponibilità reale massima nell’area del Nord-Est (1.975 metri cubi per abitante l’anno) e minima in Puglia (220 mc/abitante/anno). La quota media disponibile in tutte le regioni è comunque di almeno 400 metri cubi per abitante, cioè dieci volte superiore alla quota disponibile nei paesi del sud del Mediterraneo. Nonostante ciò, abbiamo problemi di scarsità idrica nei mesi caldi, al Sud come anche al Nord. Il settore agricolo è di gran lunga il principale utilizzatore d’acqua (almeno 20 miliardi di metri cubi l’anno, valore che alcuni ritengono ampiamente sottostimato); seguono il settore civile con 9 miliardi/anno, l’industria con circa 8 miliardi/anno e la produzione di energia con circa 5 miliardi/anno. Il prelievo eccessivo (oltre 40 dei 52 miliardi di metri cubi disponibili) provoca problemi di qualità delle acque superficiali e sotterranee, perché questo sfruttamento non permette la circolazione idrica naturale necessaria a mantenere vivo l’ecosistema e a diluire gli inquinanti nei fiumi e nelle falde. Quantità e qualità in questo caso vanno di pari passo e per questo bisogna puntare ad aumentare le portate negli alvei e nelle falde, se vogliamo raggiungere entro il 2015 il ‘buono stato di qualità’ dei corpi idrici, previsto dalla Direttiva quadro (2000/60/CE)”.

Ma questo prelievo è davvero necessario? “Per uso civile – spiega il Rapporto – utilizziamo 152 metri cubi per abitante l’anno, molto più di Spagna (127 m3), Regno Unito (113 m3) e Germania (62 m3). Il settore agricolo poi, incide tantissimo perché l’irrigazione è in gran parte basata su tecniche vecchie e inefficienti: gli esperti che hanno collaborato ad Ambiente Italia 2012 ritengono che un miglioramento delle tecniche irrigue permetterebbe un risparmio dell’ordine del 30%. Ulteriori riduzioni sarebbero possibili scegliendo colture e varietà più resistenti alla siccità e soprattutto combattendo le produzioni eccedentarie e gli sprechi alimentari. Nel nostro Paese rimangono ancora irrisolti gli annosi problemi relativi agli scarichi inquinanti civili e industriali, ai depuratori mal funzionanti, all’artificializzazione dei corsi d’acqua. Delle 549 stazioni di monitoraggio censite nell’annuario 2010 dell’Ispra, solo il 52% raggiunge o supera il “buono stato” (e si tratta dei tratti montani dei corsi d’acqua), il 35% delle stazioni è appena sufficiente e quasi un quarto delle stazioni presenta uno stato scarso o addirittura pessimo”.

“Gli interventi e gli investimenti necessari a migliorare la gestione dell’acqua nel nostro Paese possono rappresentare oggi anche una risposta efficace e duratura alla crisi economica in corso, oltre che alle esigenze di crescita e sviluppo del paese. Ambiente Italia 2012 ha stimato gli effetti occupazionali di una politica volta ad accelerare gli investimenti nel settore idrico, con interventi che riguardano sia il settore il Servizio Idrico Integrato che il sostegno all’iniziativa privata, attraverso l’inclusione degli interventi idrici nel “bonus del 55% per le ristrutturazioni edilizie ed altre misure di sostegno. Attraverso investimenti che graverebbero in minima parte (meno del 10%) sul bilancio pubblico (visto che i costi sarebbero coperti dalle tariffe idriche e da investimenti che beneficiano solo in parte di sostegno pubblico), a fronte di un investimento totale di poco più di 27 miliardi di euro in 10 anni, dei quali 16 miliardi di euro addizionali rispetto a quelli di spesa tendenziale, si avrebbe la creazione di poco meno di mezzo milione di unità di lavoro in 10 anni, tra occupazione diretta e indiretta (in altri termini 45.000 posti di lavoro l’anno per 10 anni), senza considerare l’occupazione indotta dalla spesa dei redditi da lavoro e capitale generati dalla nuova occupazione. In conclusione – si legge infine nella sintesi del Rapporto –, l’acqua in Italia costa troppo poco, negli usi civili come in agricoltura o nell’industria, e per questo se ne consuma troppa. Assicurato l’accesso universale al servizio e la fornitura minima per tutti, il prezzo dell’acqua va fissato tenendo conto che si tratta di un bene scarso, probabilmente destinato a scarseggiare sempre più anche a causa dei cambiamenti climatici, da consumarsi parsimoniosamente, attraverso un sistema tariffario che scoraggi gli sprechi e recuperi risorse per migliorare il servizio”.

 

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