Il Carroccio affossato dai vizi dell’Italia | T-Mag | il magazine di Tecnè

Il Carroccio affossato dai vizi dell’Italia

di Carlo Buttaroni

Nei giorni scorsi il presidente della Repubblica ungherese, Pal Schmitt, ha dato le dimissioni. È stato lui stesso a spiegarne le ragioni: “In base alla Costituzione, il presidente deve rappresentare l’unità della nazione; io, purtroppo, sono diventato un simbolo di di divisione ed è mio compito lasciare l’incarico”. L’accusa era di aver copiato, nel 1992, la sua tesi di dottorato.
La vicenda di Schmitt ha un precedente in Germania dove, lo scorso anno, il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg si dimise per una vicenda analoga: “Non si lascia facilmente un incarico che si è svolto con passione”, spiegò allora il giovane ministro del governo Merkel, precisando che non si era dimesso per la vicenda in sé, ma perché il peso dello scandalo sarebbe ricaduto sui militari.
Il punto, che accomuna i protagonisti dei due casi, non è quello di aver commesso un reato simile, ma l’aver mentito ai cittadini, nascondendo oppure omettendo circostanze. E le dimissioni, per entrambi, sono la conseguenza di una logica inoppugnabile, perché la legittimità del mandato che riceve il politico si basa sulla fiducia. Un patto in forza del quale l’eletto a incarichi pubblici, nell’esercizio dei suoi uffici, rappresenta tutti i cittadini e opera in nome e per loro conto. Il politico che falsifica le carte e dice cose non vere ai cittadini rompe il cerchio; tanto è vero che, in molti Paesi democratici, persino la giurisprudenza contempla l’impedimento a svolgere il mandato per il politico che nasconde la verità o non riferisce con correttezza. Ne sa qualcosa l’ex presidente Usa, Bill Clinton, messo sotto accusa non per aver commesso un reato, ma per aver mentito alla commissione d’inchiesta che lo interrogava sui suoi rapporti con la stagista Monica Lewinsky.
Viste dall’Italia queste vicende e questi ragionamenti sono lontani anni-luce. Da noi sono rimasti al loro posto ministri accusati di associazione mafiosa, sottosegretari indagati per corruzione, deputati sotto inchiesta per legami con la camorra. E, più recentemente, tesorieri che hanno allegramente stornato, per fini personali spesso non precisati, soldi del finanziamento pubblico destinati alle attività politiche.
Quello che sta accadendo in questi giorni dentro la Lega Nord, più che suscitare indignazione, fa tristezza. E fa crescere la rassegnazione. Davvero è stata tutta una finzione e il dio sole, le ampolle, il fiume sacro, erano solo una messa in scena? Veramente la diversità proclamata dai leader leghisti era fasulla come una patacca?
Ci vorrebbe il genio di Alberto Sordi o di Totò per rappresentare con adeguata efficacia, l’iperbole della miseria umana che si trasforma in ostentata esibizione di approssimative virtù. Come la vicenda delle lauree e dei titoli comprati, che riduce i vari protagonisti di questa storia in comparse da avanspettacolo. Fa impressione scoprire che i più rigorosi moralizzatori degli italici vizi, ne siano anche i praticanti più indomiti. Così come lascia senza parole leggere che i soldi dei militanti siano stati spesi per soddisfare ingordi desideri personali e stili di vita improbabili (e impensabili). Perché, alla fine, protetta dalle scorte, private o pubbliche, troviamo la solita Italietta politica che sembra proprio non riuscire a liberarsi dai suoi peggiori vizi.
C’è quasi da augurarsi che sia tutto falso. E che abbia ragione Bossi quando dichiara: “A mio parere sa tanto di organizzato, noi siamo nemici di Roma padrona e ladrona, dell’Italia, uno Stato che non riuscirà mai a essere democratico”. Perché se non è così – e se tutto è vero – allora quanto accaduto deve far riflettere. A cominciare da quanti hanno consentito, in questi anni, che si affermasse nel linguaggio politico, oltre che in quello comune, l’idea che esistesse una terra chiamata Padania. È irresponsabilità di tutti i partiti aver tollerato gli insulti alla bandiera, gli attacchi alle istituzioni nazionali, l’ipotesi secessionista, derubricandoli come “linguaggio pittoresco” dei leader leghisti.
Anche perché l’estetica politica – e la conseguente scelta di un linguaggio simbolico – no sono stati elementi secondari nella Lega, ma alla base di una solida liturgia che ne ha costituito il robusto apparato ideologico: un intreccio di miti, riti e credenze che hanno ripercorso e rielaborato la tradizione, operando una riscrittura della memoria, per definire il presente e rappresentarne essenza e valori in una prospettiva quasi profetica. La “terra promessa” – appunto la Padania – non era, infatti, un elemento di conforto nel pensiero leghista, ma un preciso obiettivo politico.
Per molti versi la Lega Nord è stata un partito-regime, molto diverso dai partiti personali e da quelli contenitore, protagonisti degli anni della seconda repubblica. Un non-partito e, allo stesso tempo, un super-partito che non ha avuto bisogno di negare la libertà interna per garantire il controllo del suo apparato politico. Al contrario, lo sforzo è andato in direzione opposta, elaborando nuove forme di legittimazione del potere e ponendogli costantemente il problema dell’integrazione e della mobilitazione dei militanti.
Pur agendo sulla coartazione delle culture, la Lega è stata, però, capace di interpretare in pieno, e meglio di altre forze politiche, i bisogni e le inquietudini delle regioni del nord, le contraddizioni della globalizzazione, dando forma a nemici che, di volta in volta, sono stati l’Europa, lo Stato centrale o l’immigrato “invasore” e contaminatore della purezza dei popoli nativi.
Tutto ciò è avvenuto attraverso l’elaborazione di una religione politica, che si è posta come cinghia di trasmissione tra militanti e vertice, facendo leva sul fatto che, nell’unire gli individui e nella creazione di movimenti di opinione, agiscono più facilmente fattori di natura emotiva e simbolica. Una scelta che ha alimentato la sensazione di partecipare a un progetto che trascendeva la volontà individuale, dove il leader assumeva un ruolo quasi messianico.
Nella Lega, infatti, la partecipazione politica, responsabile e consapevole, è stata sostituita da un’identificazione mitica e istintiva con il capo, nella cui figura si è identificato il movimento stesso. Un capo assoluto, di suprema autorità in tutti i campi, depositario e garante della corretta applicazione della dottrina politica che ispira le diverse anime leghiste.
La chiamata a raccolta, per ascoltare le parole del leader, ha rappresentato la massima espressione della partecipazione politica, che si configura come una complessa liturgia nella quale si realizza la comunione tra il leader e le masse accorse ad ascoltare la sua parola. Bossi si presenta come padre e guida infallibile del suo popolo e diviene la personificazione stessa della rivoluzione che proclama.
Ora cosa succederà? È comprensibile lo sconforto dei militanti leghisti, che stanno vivendo in un momento di destabilizzazione e disorientamento collettivo. Non c’è cosa peggiore che scoprire che colui in cui è riposta un’incondizionata fiducia, non solo non è buono e giusto, ma ingannevole e curante di tutt’altri interessi rispetto a quelli che venivano solennemente proclamati. E che le virtù celebrate nei raduni di Pontida, nascondevano volgarissimi vizi. I militanti stanno vivendo un lutto che inevitabilmente richiederà tempo per essere elaborato. Una parte probabilmente abbandonerà il campo politico, perché nessun partito è abbastanza prossimo alla Lega per sostituirne le suggestioni. Altri elaboreranno e consacreranno la rinascita sotto nuove forme, altrettanto pure e liturgiche, perché la Lega, nonostante tutto, non sarà mai un partito laico.
Certo è, però, che le istanze degli elettori leghisti rimangono sul terreno. E le domande, alle quali la Lega cercava di offrire risposte, piaccia o no, rimangono irrisolte. Soprattutto nel momento in cui il federalismo sembra non essere più nell’agenda politica del governo e dei partiti e l’Italia sembra aver cambiato direzione di marcia. Purtroppo sul terreno resta, ancora una volta, l’immagine di un Paese che ha ben altre competenze rispetto alla pessima rappresentazione che offre di sé. L’Italia delle città e dei territori con le loro peculiarità, dell’impresa diffusa, della ricerca, dell’arte, ha le energie e i talenti per risalire. Ha però bisogno di spazi nuovi, dove creare, affermare e far crescere le idee i progetti. A oggi però, purtroppo, sembra continuare a inciampare distratta tra i detriti di un mondo capovolto.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 10 aprile. Di seguito l’indagine Tecnè.

 

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