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La ripresa economica è ancora lontana?

di Fabio Germani ed Emanuele Canegrati

A leggere i commenti e le analisi sui giornali (anche sulla stampa internazionale) pare essersi capovolta una situazione che vedeva l’Italia, parafrasando il premier Mario Monti, non più un problema, ma la soluzione della crisi economica. Il Wall Street Journal aveva paragonato le politiche di Monti a quelle di Margaret Thatcher, salvo poi ricredersi una volta che il governo ha presentato il ddl di riforma del mercato del lavoro. Lo spread tra il Btp decennale e il Bund tedesco di pari scadenza è tornato a livelli vertiginosi e ciò, ha spiegato giovedì la Banca centrale europea nel suo bollettino mensile, dipende dalla scarse aspettative di crescita dell’Italia da parte dei mercati. Monti nei giorni scorsi l’ha spiegata in un altro modo (sempre a leggere i resoconti giornalistici): le cause sono esogene e molto deriva dai ritardi della Spagna. Poi ci sarebbe la presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia (ma qui rasentiamo le indiscrezioni), la quale con le sue recenti dichiarazioni rilasciate a diversi quotidiani stranieri – in particolare riferimento alla riforma del lavoro – avrebbe mortificato il ruolo dell’Italia, sempre secondo il presidente del Consiglio.
A tutto questo aggiungiamo una serie di difficoltà che non riguardano esclusivamente l’Europa. La crescita delle importazioni (+5,3% su base annua) in Cina è inferiore alle attese e non è da escludere il rallentamento della domanda interna. Pochi giorni fa il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha osservato: “Sono passati tre anni e mezzo dai giorni più bui della crisi finanziaria e l’economia americana è ancora lontana dall’essersi completamente ripresa dagli effetti”. E soltanto due giorni fa il Fondo monetario internazionale avvertiva che la recessione potrà prolungarsi in molti Paesi a causa del debito privato. Insomma, tanti sono i segnali per cui al momento è difficile sperare in una ripresa da contemplare nel breve periodo.
Con Emanuele Canegrati, dottore di ricerca in Economia pubblica all’Università Cattolica di Milano e già autore di diversi articoli su T-Mag, abbiamo discusso proprio di questi temi. Di seguito le risposte.

F. G.

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Spread. Monti ha ragione solo in parte. Spagna e Italia si trovano da tempo sotto l’esame dei mercati finanziari, che si aspettano che i due nuovi capi dell’esecutivo facciano le riforme in senso liberale promesse nei loro programmi. Dall’avvento di Monti, in una prima fase, lo spread è calato notevolmente. Questo calo è da interpretarsi come un segnale di fiducia nei confronti del nuovo premier. D’altronde, la stampa internazionale ha salutato Monti come la salvezza per l’Italia, la possibilità di un cambiamento radicale nella scrittura della nuova costituzione economica. Tutto questo però non è avvenuto. Monti si è dimostrato una persona più debole di quanto i mercati avessero previsto, incapace di imporre la sua visione dell’economia alle parti sociali, sindacati in testa. Per i mercati è stato un cattivo segnale. Accortisi che, quasi sicuramente, la riforma del lavoro finirà in un nulla di fatto, come ha scritto il WSJ, che ha influenza sui traders, hanno subito richiesto dei rendimenti più elevati per acquistare i titoli di debito italiano. Lo stesso discorso può essere fatto per la Spagna. In sintesi, i mercati si sono dimostrati molto più razionali di quello che una certa stampa vuole dimostrare. Non guardano ai nomi di chi governa, guardano soltanto ai fatti. E, purtroppo, i fatti dicono che in Italia non ci sono, almeno nel breve periodo, segnali di un nuovo riformismo economico. Temo che ci dovremo adeguare a degli spread che oscillano tra i 300 e i 450 punti base. Questa dovrebbe essere la banda d’oscillazione d’equilibrio. Il che comporterà delle spese per interessi costantemente più elevati che in passato e saldi di bilancio peggiori. Alcuni investitori stanno cominciando seriamente a scommettere sul default di Spagna e Italia e l’ipotesi di un reprofiling del debito pubblico, a questo punto, non è più una ipotesi inverosimile.

Riforma del lavoro. Emma Marcegaglia ha ragione. La riforma del mercato del lavoro sta prendendo l’aspetto voluto dai sindacati e non agevola le imprese, le quali hanno già dichiarato che con queste norme e in questo momento economico sfavorevole non sono disposte ad assumere. Il governo dovrebbe prendere atto di queste parole e riformulare il testo, aumentando la flessibilità in uscita in maniera da aumentare, parallelamente, anche quella in entrata. Le due flessibilità sono facce della stessa medaglia. Non si può avere l’una senza l’altra. D’altronde, l’imprenditore, nella scelta relativa all’occupazione, deve essere sovrano, lo Stato non può imporgli nessuna scelta. Al contrario, dovrebbe trovare i giusti meccanismi per incentivarlo ad assumere. Questa è una politica ragionevole e realista. Il pensare di artefarre il mercato del lavoro, fagocitandolo di regole punitive per le imprese crea solo danni all’occupazione, soprattutto a quella dei cosiddetti outsiders, giovani e donne. Se questa riforma, così come è stata scritta, passerà, è plausibile prevedere un ulteriore aumento del tasso di disoccupazione nel breve periodo.

Cina. Sicuramente un rallentamento economico si è verificato. Il FMI ha tagliato le stime sul surplus delle partite correnti proprio l’altro giorno. Il rischio, per la Cina, potrebbe venire da un calo della domanda europea, dovuto alla crisi. Tuttavia, lo yuan è ancora al di sotto del suo livello d’equilibrio di mercato, nei confronti del dollaro, e questo dovrebbe continuare a favorire le esportazioni cinesi ancora per molto tempo.

Crisi. Per quanto riguarda la situazione europea, ad oggi, non esiste praticamente un solo segnale che possa far pensare ad una ripresa nel breve periodo. È impensabile parlare di crescita quando tre big come Spagna, Italia e Francia stanno vedendo aumentate le loro componenti di spesa per interessi sul debito pubblico. E non dimentichiamoci che il rapporto debito PIL degli USA è vicino al 100%. In questo scenario dove i governi non sanno più dove aggrapparsi per trovare l’equilibrio dei conti e per individuare le zone di spesa pubblica da tagliare, diventa quasi una chimera pensare a strategie fiscali orientate alla crescita, come il taglio delle tasse e il sostenimento degli investimenti. Se poi aggiungiamo che anche la politica monetaria espansiva della BCE sembra non aver prodotto effetti evidenti sul finanziamento delle imprese, il quadro resta decisamente fosco.

E. C.

Emanuele Canegrati è Dottore di ricerca in Economia pubblica all’Università Cattolica di Milano, Visiting Researcher presso lo STICERD Center della London School of Economics dal 2006 al 2008 e presso il Luxembourg Income Study Office nel 2009. Dal 2010 giornalista per l’Occidentale ed economista per la Fondazione Magna Carta. Consulente economico per la pubblica amministrazione. Autore di diverse pubblicazioni internazionali tra le quali “Economics of Taxation” (Novascience, New York).

 

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