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Crisi e voto di “protesta” in Europa

di Fabio Germani

A scrutini non ancora terminati, ma a risultati ormai già abbastanza consolidati i primi giudizi dei maggiori commentatori politici vertevano lunedì sera su un’unica osservazione: quello del 6-7 maggio è stato un voto di protesta. Così come, allo stesso modo, si sprecavano i paragoni in salsa greca. L’exploit definitivo del Movimento 5 Stelle da una parte e il crollo dei partiti tradizionali (su tutti Pdl e Lega) dall’altra hanno sancito la cesura evidenziata con lungimiranza dai sondaggisti, nelle scorse settimane. Quella cioè che taglia i ponti tra le forze politiche e i cittadini (anche l’astensione in aumento ne è un chiaro segnale). Ma una scarsa partecipazione al voto si è rilevata, appunto, in Grecia e finanche in Francia nonostante il cambiamento e la vittoria di Hollande. In Grecia nessuno ha vinto, ma qualcuno può rivendicare un minimo successo. Syriza, il partito della sinistra radicale, è la seconda forza giunta alle spalle di Nuova Deomocrazia. E per la prima volta il partito di estrema destra Alba Dorata entra in Parlamento. Hanno ottenuto più di quanto non abbiano mai fatto in passato quei partiti che, per motivi avversi, si oppongono agli aiuti internazionali, alla Troika e alle eccessive misure di austerità.
In Francia, Hollande supera, sebbene di misura, Sarkozy il quale paga dazio a causa della crisi economica. “Crescita” è stata la parola d’ordine della campagna elettorale del candidato socialista, capace di scaldare maggiormente i cuori dei cittadini poco inclini a perdonare all’ex inquilino dell’Eliseo l’asservimento alle politiche di Frau Merkel, troppo dedite al rigore dei conti. A suo modo, dunque, un voto altrettanto di protesta.
La crisi economica, insomma, non guarda né a destra né a sinistra. Non più tardi di qualche mese fa in Spagna si è vissuta una situazione analoga e contemporaneamente di segno opposto. Gli elettori hanno punito i socialisti dopo gli ultimi nefasti mesi dell’era Zapatero e quindi premiato, per così dire, il Partito popolare di Rajoy. Siamo perciò al cospetto di un’alternanza di governo che abbraccia l’Europa e che si mostra inevitabile in piena congiuntura economica. In Italia non andrebbe tanto diversamente, se non fosse che l’esecutivo è composto da tecnici. E l’altra differenza sta negli attori politici che ci accomuna, con le dovute distanze, più alla Grecia che non alla Francia o alla Spagna. Ma anche qui peccheremmo di pigrizia (e un po’ anche di superbia). Il successo di Grillo e del Movimento 5 Stelle non è il trionfo dell’antipolitica. È un voto che va capito, intercettato, compreso. È il cosiddetto voto di pancia che scansa i partiti (eccezion fatta per il Pd in alcuni casi) che sostengono il governo Monti (quando in principio i sondaggisti registrarono proprio per questa ragione un loro aumento dei consensi). È un voto, in definitiva, figlio del suo tempo.

 

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