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Il punto

di Antonio Caputo

Frastornati dall’ubriacatura di risultati elettorali italiani ed europei (Francia, Grecia, Germania, Serbia, Inghilterra) e considerato che ormai per quanto riguarda le due nomination, repubblicana e democratica, i giochi si erano ormai chiusi, abbiamo in queste ultime settimane un po’ trascurato la campagna elettorale statunitense, che invece, ha regalato un po’ di colpi di scena dei quali è bene dar conto.
Il mese di maggio si è aperto, proprio il primo, con le primarie dei Democratici residenti all’estero, i quali possono votare nel proprio Paese di residenza (i Repubblicani non prevedono tale voto) proseguendo il 5, con tre appuntamenti, solo Democratici: le primarie del Territorio di Guam, nel lontano Pacifico, ed i caucuses in Michigan e Florida, appuntamenti svoltisi qualche mese dopo i corrispondenti in campo repubblicano, un ritardo per evitare di infliggere ai due Stati la medesima “punizione” stabilita dai Repubblicani, ossia il dimezzamento dei loro delegati alla convention, proprio come punizione per aver anticipato i tempi di voto. In questi appuntamenti, Obama non ha dovuto fronteggiare opposizione. Sul fronte repubblicano, dopo il ritiro di Santorum, si è ritirato anche Gingrich, il quale ha immediatamente appoggiato Romney, a differenza di Santorum, che ha aspettato circa un mese per dare il proprio endorsment all’ormai incoronato candidato del Partito dell’Elefante.
Le sorprese sono arrivate l’8 maggio, con il voto in Indiana, West Virginia e North Carolina, primarie non solo presidenziali, ma anche per le altre elezioni di novembre (Camera, Senato, elezioni statali).
Tra i Repubblicani le vittorie di Romney sono state assai larghe, ma il miliardario mormone si “ferma” a circa i due terzi dei voti, con l’altro terzo che si divide tra il libertario Paul, ancora in gara, con percentuali a due cifre, ed i già ritiratisi Gingrich (ovunque attorno al 7%, quasi non si vede la differenza tra prima e dopo il ritiro) e Santorum, anch’egli a due cifre e spesso secondo. Il ritiro annunciato dalle primarie infatti, non fa scomparire i candidati dalle schede elettorali, ma significa soltanto la sospensione della campagna elettorale: nel 2004, tra i Democratici, l’ex governatore del Vermont Howard Dean, già ritiratosi, vinse nel suo Stato, e così John Edwards, di poi scelto da Kerry come suo vice, già ritiratosi, batté nella sua North Carolina proprio Kerry.
Le sorprese hanno riguardato entrambi i partiti: tra i Repubblicani, in Indiana, con la sconfitta per la candidatura al Senato, dell’uscente Richard Lugar, che cercava il settimo mandato, nettamente battuto dall’esponente del Tea Party Richard Mourdock; tra i Democratici, in West Virginia, proprio alle presidenziali: Obama ha sì vinto ma “fermandosi” al 59% rispetto al 41% di Keith Judd, detenuto. Non è la prima volta che Obama ottiene risultati non brillanti in queste primarie: era già accaduto in Oklahoma, dove si era fermato al 57%, ed anche in altri Stati (laddove non correva solo) la percentuale di voti neutrali (uncommitted) oscillava attorno al 10-20%, come avvenuto anche in North Carolina, segno di qualche sofferenza imprevista per il presidente tra l’elettorato del proprio partito. Un parallelo, se vogliamo, con quanto accadde nel 1992 a Bush Padre che dovette fronteggiare a sorpresa nelle primarie Pat Buchanan, alfiere della destra più conservatrice, che mise l’allora presidente in difficoltà.
Ancora, il 15 maggio si è votato per le primarie di entrambi i partiti in Oregon, e per quelle, solo repubblicane in Nebraska: larga vittoria in entrambi i casi per Romney, e vittoria senza opposizione per Obama in Oregon.
In North Carolina poi, contemporaneamente alle primarie si è tenuto un referendum sui matrimoni omosessuali, e gli elettori hanno votato per inserire in Costituzione un emendamento per vietarli, con ampio margine (61 a 39%), così come è avvenuto in questi anni in tanti altri Stati (tutti quelli in cui si son tenuti referendum sul tema, tra cui la California). Proprio a seguito di questo voto, prima il vicepresidente Biden e poi lo stesso Obama si sono espressi pro – nozze gay, tema spinoso e divisivo tra l’opinione pubblica, che però in gran maggioranza non voterà su questo, ma sull’andamento dell’economia. Come ben ricorda Bush Padre, detronizzato per la recessione del 1991/92 da Bill Clinton il cui slogan era “It’s the economy, stupid!”.

 

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