Speciale Cannes. Il fascino delle cinematografie sconosciute e distanti | T-Mag | il magazine di Tecnè

Speciale Cannes. Il fascino delle cinematografie sconosciute e distanti

Dal nostro inviato
Giampiero Francesca

Due giorni di pioggia battente hanno scombinato i nostri piani. Mentre le file, sempre ordinatissime, si colorano di ombrelli e impermeabili, siamo costretti a cambiare destinazione rinunciando (almeno per ora) alla visone di The Hunt di Thomas Vinterberg, presentato in concorso, per rifuggirai ancora una volta nella sala Debussy dove, la sezione un Certain regard presenta Djeca della regista Aida Bejic.
Seguire le sezioni parallele ha comunque un gran pregio, ovvero l’occasione di aprirsi a cinematografie spesso sconosciute e distanti. Come nel caso proprio di Djeca che sin dal titolo internazionale, Children of Sarajevo, tradisce la sua origine bosniaca. Opera secca e diretta, il film apre uno spaccato sulla sofferta realtà della repubblica ex-jugoslava oggi. In un continuo parallelo fra presente e passato, rievocato attraverso immagini reali della guerra, la pellicola della Bejic mostra in modo inequivocabile i segni lasciati da un decennio di conflitto. Quello che resta, a più di quindici anni dalla fine dell’assedio di Sarajevo, è una società alienata e disumana, dominata dalla legge del più forte e governata da una burocrazia onnipotente. Un quadro freddo e spietato, reso ancora più gelido da una fotografia algida di grande impatto emotivo.
Dopo una visione tanto dura avremmo forse avuto bisogno di un po’ di serenità, cinematograficamente parlando. Scegliamo invece di prendere la direzione opposta andando a vedere Amour di Micheal Hakene. Il regista, già palma d’oro nel 2009 con Il nastro bianco, mette in scena, attraverso il suo cinema rigoroso e intransigente, la dolorosa storia di Georges e Anne, coppia anziana e innamorata. La progressiva malattia di Anne, colpita da un iniziale ictus e le cure attente del compagno vengono seguite con sguardo fermo da dal regista tedesco. Haneke, maestro indiscusso del cinema contemporaneo, che ha fatto proprio della sua ferrea rigidità formale il suo marchio di fabbrica, lascia, in due ore di film, completamente attoniti, partecipi di una sofferenza, purtroppo, da molti, direttamente conosciuta. Eppure, Amour, come recita il titolo, non è un film sulla morte, ma proprio sull’amore, straordinariamente visibile sul volto di Jean-Louis Trintignant, e delle scelte, anche tragiche, che questo comporta. Se Haneke non fosse fresca palma d’oro saremmo di fronte, probabilmente ad uno dei papabili vincitori.
Uscendo dalla sala, mentre vento e pioggia si abbattono ancora sul palais du cinema, guardiamo il programma sperando che Alain Resnais, Thomas Vinterberg e Abbas Kiarostami domani diano un po’ di tregua ai nostri sensi oggi provati.

 

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