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Il referendum sul fiscal compact in Irlanda

di Antonio Caputo

Giovedì scorso, gli irlandesi si sono recati alle urne per il referendum sul cosiddetto “Fiscal Compact”, il recentissimo Trattato, redatto agli inizi di quest’anno, che obbliga gli Stati appartenenti all’uuro, al rientro, di qui a venti anni, dal proprio debito pubblico, o meglio, dalla quota di debito eccedente il limite fissato (al 60% del Pil) dall’allora Trattato di Maastricht, nel 1992.
Ma facciamo un passo indietro: col Trattato di Maastricht gli Stati che intendevano entrare nella moneta unica si obbligavano a rispettare quattro parametri: la stabilità dei cambi (raggiunta con un accordo politico a fine 1997, che cristallizzava i rapporti tra le valute, da quel momento fissi: lira/marco a 989.99, lira/euro a 1936.27, e così tra tutte le valute, delle quali l’Euro era un multiplo frazionario; così, quando entrò in vigore l’Euro, l’1 Gennaio 1999, per tre anni le valute nazionali continuavano a circolare, ma senza più fluttuazione tra loro: era solo la moneta comune ad oscillare sul mercato internazionale dei cambi, rispetto alle altre valute, come dollaro, sterlina, yen e franco svizzero); il tasso d’inflazione, che infatti si stabilizzò, in maniera convergente per i vari Paesi verso il basso (come ci imponevano i tedeschi, traumatizzati da quanto avvenne loro nel primo dopoguerra); il rapporto Deficit/Pil annuo contenuto entro i limiti del 3%; infine, il rapporto Debito/Pil, previsto al 60%, ma sul quale, in sede di valutazione comunitaria, si decise per una sua interpretazione flessibile, nel senso di ammettere comunque nell’euro anche i Paesi che andassero oltre tale rapporto, purché l’indebitamento scendesse verso la quota prevista.
Con la crisi dei debiti pubblici, scatenatasi soprattutto a partire dall’anno scorso, si è deciso, in sede comunitaria, su spinta, manco a dirlo, tedesca, di rendere più stringente il parametro del debito, obbligando i Paesi con debito eccessivo a rientrare verso il livello del 60% previsto appunto dal Trattato di Maastricht del 1992; tale rientro va completato in venti anni, per una quota pari ad un ventesimo dell’eccedenza all’anno (in soldoni, essendo l’Italia attualmente a circa il 120% per tale rapporto, e dovendo scendere, per arrivare al 60%, di 60 punti in venti anni, questo vorrà dire abbattere il nostro debito di tre punti di Pil all’anno: ossia quasi 50 miliardi di euro). E’ questo sostanzialmente il punto centrale del Trattato sul “Fiscal Compact” approvato nei mesi scorsi in sede comunitaria, con le sole opposizioni di Gran Bretagna e Repubblica Ceca, che infatti non vi hanno aderito.
Per entrare in vigore, Il Trattato ha bisogno delle ratifiche di almeno dodici Stati sui diciassette che compongono la moneta unica e l’Irlanda, tra i diciassette, è l’unico che ha deciso di sottoporre la ratifica a referendum popolare come da tradizione del Paese celtico.
Fatte queste debite premesse, esaminiamo com’è andata la votazione di giovedì (ma i risultati si sono conosciuti solo nella serata di venerdì): gli irlandesi hanno detto sì a larga maggioranza al Trattato fiscale, con una prevalenza dei favorevoli sui contrari, pari al 60.3% dei voti.
L’affluenza alle urne non è stata granché alta: si è recato alle urne circa un elettore su due, un risultato (il mix di si e di astensionismo) che è segno contemporaneamente di uno scarso entusiasmo, ma anche della consapevolezza che non esistono alternative possibili.
Proprio l’Irlanda è stato uno dei Paesi che ha più sofferto della crisi del debito, ma al momento, con gli aiuti di Ue e Fondo monetario sembra al riparo della tempesta che si sta abbattendo sui Paesi mediterranei (Italia compresa). Un “no” al referendum avrebbe impedito a Dublino l’accesso in futuro al Fondo europeo Salva Stati e per questo le principali forze politiche hanno spinto per il “si”, che ha avuto il riscontro positivo dell’elettorato. Di qui, a risultati referendari acquisiti, la soddisfazione del premier Kenny Enda, che ora potrà proseguire con maggiore tranquillità il suo lavoro di risanamento dei conti pubblici, per agguantare l’obiettivo di tornare sul mercato alla fine dell’anno prossimo (ora Dublino si finanzia, appunto, con i fondi Ue i cui tassi sono fermi al 3%).

 

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