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Cosa pensano gli italiani ai tempi della crisi economica

di Azzurra Del Mastro

Ogni italiano ha un “debito” di 31 mila euro. E’ quanto riporta la ricerca Dove sta oggi la sovranità effettuata dal Censis. I dati che emergono dall’indagine non sono certo incoraggianti. Nel 1970 il debito che gravava su ogni italiano era pari a 242 euro, 40 anni dopo questo è cresciuto fino a 31 mila euro.
Gli italiani, consapevoli della situazione, nel 55% dei casi dichiarano per questo di preferire “persone competenti, anche se non elette dal popolo” ai vertici dello Stato, sintomo, questo, della presa di coscienza del momento tragico che sta attraversando il nostro paese. Mettere da parte uno dei diritti sanciti dalla Costituzione (art.48), dichiarando di essere disposti a rinunciare all’esercizio effettivo della sovranità popolare tramite il diritto di voto la dice lunga sull’attuale fase che stiamo attraversando.
Nonostante le rinunce, la maggioranza degli italiani dichiara che distaccarsi dall’Ue non sarebbe un bene: il 41,3% della popolazione crede che sia conveniente “accettare le indicazioni della Ue”, mentre solo il 16,6% chiede di uscire dall’euro.
In Italia si percepisce la voglia di superare il prima possibile il momento di recessione economica, infatti, dall’indagine emerge che il 51,4% degli italiani approva il fiscal compact ed il 51,1% è pronto ad accettare almeno una modalità per alleggerire il peso del debito pubblico. In particolare il 21,8% è disposto a pagare di più alcuni servizi pubblici (che di certo non vantano un primato per eccellenza), il 21,8% è disponibile a posticipare l’età della pensione, il 21,6% è pronto a pagare una tassa una tantum, il 17,8% sarebbe disposto a destinare allo Stato alcune ore di lavoro di straordinario e il 10,6% potrebbe pagare più tasse se necessario. Inoltre, altro elemento importante che si evince dalla ricerca è la maggiore propensione dei cittadini a pretendere le ricevute fiscali, anche se questo comporta dover sostenere costi più alti per prodotti e servizi (76%) e a denunciare chi evade le tasse. Questi dati sfatano uno dei pregiudizi che pesavano sul Belpaese, ovvero che in Italia pagare le tasse non era di certo una consuetudine accettata, anche se contribuire alle spese dello Stato dovrebbe rientrare tra quei principi democratici alla base di ogni democrazia.
La crisi economica, così come la “crisi” della nostra politica, sempre in prima linea in scandali che non aiutano a diminuire il grado di disaffezione che si percepisce tra le persone, contribuiscono a far crescere la sensazione di essere privi di sovranità sia nel nostro paese, così come in Europa. La percezione che si ha è che il potere sia altrove, infatti il 77% degli italiani pensa di non averne più entro i confini nazionali. E’ della stessa opinione anche l’84% dei greci e il 52% degli spagnoli. Alla domanda su chi comanda oggi in Italia: il 56,7% ha risposto il governo italiano; per il 22,5% ad esercitare il potere è l’Ue; il 21,7%, invece, ha detto che sono i mercati finanziari internazionali e per il 13% gli organismi sovranazionali, dal Fondo monetario internazionale alla Banca mondiale.
E’ importante evidenziare che sono soprattutto i laureati ad indicare i mercati finanziari internazionali e gli organismi sovranazionali economici e finanziari come i reali detentori del potere in Italia. Siamo in balia dei mercati finanziari perché, secondo il Censis, l’Italia ha visto crescere in maniera esponenziale il suo debito pubblico, che nel 1970 era pari a circa il 33% del Pil. Nel 1980 ai arrivò al 53%; nel 1990 a circa il 93%; nel 2000 a circa il 107%; nel 2010 al 117%.
Secondo il Censis, l’Italia ha cumulato un debito così grande perchè c’è stata “una storia sociale fatta del progressivo e prolungato trasferimento di quote di sovranità in cambio di una certa pace sociale interna. Il finanziamento della spesa pubblica in disavanzo è avvenuta a lungo tramite indebitamento ed è questa l’origine reale dell’attuale vulnerabilità italiana alla volontà dei mercati internazionali”.
Altro indicatore utile riguarda la sfiducia degli italiani nelle prospettive lavorative future. Sono oltre 7,5 milioni le persone che dichiarano di essere convinti che nel settore dove sono occupati si perderanno posti di lavoro nei prossimi anni e uno su 4 crede fermamente che per trovare un’occupazione è necessaria la cosiddetta “spintarella”. Si è ridotta anche la fiducia nell’istruzione: solo il 24% pensa che la laurea sia necessaria per trovare un buon posto di lavoro con una discreta remunerazione; il 32% crede che comunque anche con la laurea deve passare un lungo periodo di tempo prima di trovare un lavoro adeguato. Il 25% degli italiani è convinto che è indispensabile avere una raccomandazione o un’attività autonoma di famiglia e addirittura il 18,4% ritiene che essere laureati non serve a nulla. Il 62% degli intervistati dichiara che pensare a come sarà la sua vita fra dieci anni gli provoca profonda preoccupazione; meno del 18% ammette di esserne incuriosito; l’8,2% è indifferente e solo il 6% risponde di sentirsi carico come di fronte ad una sfida.
Quello che si evince dall’indagine è una profonda sensazione di abbandono da parte dei canali di promozione sociale, generando così l’ansia e la paura di essere soli di fronte alle difficoltà della vita. Secondo il Censis, vanno letti in questa chiave i 340 suicidi in più nel biennio 2009-2011 rispetto a quello precedente e l’aumento della vendita di psicofarmaci.
La sensazione di angoscia che trapela dai dati della ricerca è ben comprensibile per un paese che sta attraversando un momento così difficile. Il compito delle istituzioni deve concentrarsi nello sviluppo di servizi in grado di essere vicini ai cittadini così da alleviare la paura di essere abbandonati in un periodo di difficoltà.

 

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