Mentana chiarisce: “Si scambia quel che propongo per una sorta di veicolo elettorale camuffato…” | T-Mag | il magazine di Tecnè

Mentana chiarisce: “Si scambia quel che propongo per una sorta di veicolo elettorale camuffato…”

“Si continua a scambiare quel che propongo per una sorta di veicolo elettorale camuffato, o un’indebita autocandidatura a guidare il sindacato dei giovani. Tanti si interrogano su ‘cosa c’è dietro’ e non leggono la denuncia che faccio. Eppure il ragionamento dovrebbe essere chiaro: progressivamente nell’ultimo decennio abbiamo ostruito la gran parte delle porte d’ingresso per i giovani nel mercato del lavoro, e ci siamo divisi, tra imprese, pubblica amministrazione, dirigenti, manager, lavoratori, cassintegrati e pensionati (d’anzianità e vecchiaia, baby e esodati compresi) tutte le risorse possibili e immaginabili. Come ha ammesso proprio ieri il maggior esperto di diritto del lavoro del nostro paese, Pietro Ichino ‘La mia generazione ha colpe enormi nei confronti dei giovani, perché si è letteralmente spolpata tutto il welfare e anche 2 mila miliardi in più’. Ogni vertenza, ogni trattativa, ogni dibattito parlamentare su welfare, lavoro, incentivi, ammortizzatori ha sempre visto rappresentate tutte le parti in campo, meno i giovani in cerca di prima occupazione”. Così il direttore del Tg de La7, Enrico Mentana, chiarisce su Facebook la sua posizione in merito a quanto scritto qualche giorno sempre sul social network: “Se non facessi un altro mestiere, mi piacerebbe fondare un movimento per il lavoro ai giovani, da portare alle elezioni”.
“Se la crisi di un’azienda – spiega ora Mentana – mette a rischio duecento posti di lavoro, le proteste, i sit in, le occupazioni trovano eco mediatica e politica (ed è giusto che sia così). Ma l’entità della disoccupazione giovanile equivale a mille aziende di quel peso. Intere generazioni, e non da oggi, vivono una permanente condizione di precarietà di vita e di prospettive, nelle sale d’aspetto delle famiglie, delle università, dei call center, dei brevi contratti a tempo. Non possono accendere mutui, non possono andare a vivere per conto loro, non possono sposarsi, non possono avere un ruolo nella società. Non possono crescere, insomma. E il dover vivere in casa dei genitori, con i loro soldi, distorce completamente le più importanti dinamiche sociali. Si allarga l’area dello scetticismo, e contemporaneamente si afferma la retorica della ‘vita di espedienti’, o dell’esistenza gregaria da rassegnati. Le statistiche hanno coniato quell’etichetta degli ‘inattivi’ che fa venire i brividi. E anche per chi trova un lavoro si afferma ormai diffusamente la peggior malapratica, che una volta era solo ‘ministeriale’, e ora si è fatta sistema: l’anzianità fa grado, e il nuovo assunto sarà l’ultimo fino a quando non ci sarà un’altra assunzione, e lui quindi ‘salirà’ al penultimo posto, fosse anche Steve Jobs redivivo. Ed è per questo, anche, che tante nostre aziende continuano a perdere competitività, sono le più arretrate nell’uso delle tecnologie, appassiscono sui mercati. L’età media del nostro management è sistematicamente più alta di quella che troviamo negli altri paesi. L’esperienza assurge ormai a unico ‘plus’ nelle scelte, fatte quasi sempre per cooptazione. Quanti prodotti merceologici e culturali sono ormai rivolti solo alle classi di consumo più vecchie, per il motivo principale che sono realizzati da persone non più giovani? Nella politica, nell’impresa, nel sindacato, nel giornalismo vige la regola della cooptazione, che limita gli ‘intrusi’ e permette a tutti quelli che hanno già un posto di non metterlo a rischio. E se per caso tocca sacrificare qualcuno, quasi sempre rientra con il ruolo di collaboratore: come un girone di consolazione dei cooptati. Un sistema come quello che ho descritto – credo in modo fedele – è a rischio sclerosi. Guardate alla politica, che ne ha mutuato i vizi: i protagonisti sono sempre gli stessi, i comprimari sono solo coloro che i primi hanno progressivamente cooptato, i meccanismi elettorali sono stati pensati espressamente a questo fine, a cominciare dal parlamento dei nominati. Senza ricambio, senza linfa nuova e conflittuale, senza intreccio con le nuove tendenza della società la politica tradizionale sta morendo: anche per questo ogni rinnovo di consiglio di amministrazione o di autorità di garanzia si trasforma in una caccia senza regole agli ultimi posti disponibili, come sulle scialuppe di salvataggio del transatlantico che cola a picco. E’ per questo che indicavo la strada di un movimento che vada a prendere i voti su un mandato ben preciso: perché l’interesse a invertire quest’inerzia letale dovrebbe essere di tutti, dei giovani stessi ma anche di chi ha a cuore il ricambio vero. Un’ultima notazione: quando si parla di queste cose c’è sempre qualcuno che propone come unico rimedio quello di ‘finanziare le start up’: come dire, compra un biglietto della lotteria e buona fortuna. L’importante – conclude Mentana – è che non ti faccia vedere nel mio ufficio del personale: hanno fondato il Nimbo, Not In My Back Office…”.

 

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