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I frutti di un’economia senza controllo

di Carlo Buttaroni

Nel 1989, con la fine della guerra fredda, non c’è stato solo un cambio di equilibri nella geografia politica mondiale. Ha cominciato progressivamente a prendere forma un sistema economico nel quale il mondo è diventato un unico campo operativo. Questo processo ha preso il nome di globalizzazione. Un fenomeno che ha preso velocità e forza dal progresso tecnologico e dalle nuove scoperte in campo scientifico, e che si è affermato nella dissolvenza dei vecchi confini politici e delle barriere ideologiche che, sino allora, avevano condizionato anche i rapporti economici tra i diversi paesi. In nessun’altra epoca gli attori in campo hanno avuto un raggio d’azione così ampio e una libertà così vasta.
Come sia stata esercitata questa libertà, almeno dal punto di vista degli effetti che ha prodotto, è sotto gli occhi di tutti. E la promessa che il mercato globale si sarebbe autoregolato scevro da condizionamenti, trovando il suo punto d’equilibrio naturale, è stata drammaticamente mancata. Persino le libertà di cui oggi gode l’individuo globale sono apparenti, e si contano più i diritti disattesi rispetto a quelli che si sono effettivamente affermati. La globalizzazione ha posto più domande di quante siano state le risposte, lasciando aperti problemi sui quali, oggi, molti discutono su cosa non dev’essere fatto, ma rispetto ai quali nessuno pare avere la soluzione. L’unica cosa certa è che è finita un’epoca. Un periodo storico che ha mancato le aspettative e ha messo in discussione i requisiti fondamentali degli Stati, nel momento in cui la dimensione dei problemi che ha posto non rientrano più nel perimetro della sovranità politica delle nazioni.
Ma piaccia o no la globalizzazione è un processo irreversibile. E, d’altra parte, il problema non è nel processo in sé, ma nell’assenza di quei principi regolatori che devono sovraintendere i sistemi complessi, per governarne gli sviluppi e compensarne le inevitabili distorsioni. Il punto, infatti, è la mancanza di strumenti e politiche adeguate alle grandi questioni poste più che dalla globalizzazione dei mercati, dalla globalizzazione dei problemi. E’ il deficit di politica, cioè, ad aver prodotto gli effetti di cui sono vittime le economie nazionali, nel momento in cui l’azione degli attori è diventata talmente vasta da non poter essere soggetta alle regole dei governi nazionali e la dimensione dei flussi finanziari talmente imponente da non poter essere contenuta in invasi nazionali. Uno scenario di dissolvenze successive che ha avuto come effetto collaterale quella sensazione di progressiva estraneità dalle istituzioni politiche che da tempo stiamo vivendo. Sensazione che i cittadini avvertono nel momento in cui sentono che le decisioni più importanti per il loro destino non sono prese più (solo) dalle istituzioni politiche alle quali possono far riferimento nel processo democratico, ma dai consigli d’amministrazione di grandi attori economici e finanziari, cui spesso è difficile persino attribuire un nome e un volto.
L’arretramento della politica ha avuto come inevitabile contropartita l’avanzamento degli interessi privati legati al mercato e al profitto, alimentando il declino dei valori collettivi sui quali si fonda la convivenza civile, annunciandone il deterioramento nell’indebolimento dei diritti dei cittadini e nell’impoverimento degli apparati di protezione sociale.
Eppure, a lungo si è pensato che l’affermarsi del liberismo economico globale sarebbe bastato a produrre sviluppo e benessere. Le parole chiave di questa promessa mancata sono state privatizzazione e deregolamentazione – cioè meno “pubblico” e più “privato” – e si sono tradotte nelle teorie politiche di più “governance” e meno “governo”.
Negli anni Ottanta, Ronald Reagan negli USA e Margareth Thatcher in Gran Bretagna furono i massimi interpreti di questo neoliberismo ispirato alla deregolamentazione e all’inasprimento della competizione economica all’interno dei mercati globali. Una politica diventata punto di riferimento per un numero sempre maggiore di Paesi, che ha dato corpo a privatizzazioni in settori strategici come l’energia, i trasporti e le telecomunicazioni, e impulso allo sviluppo di grandi attori economico-finanziari a livello planetario. Se, per un verso, queste scelte contribuirono effettivamente a far crescere le economie nazionali dal punto di vista della produzione, dall’altro indebolirono i già timidi tentativi di porre un argine all’affermarsi di un modello che mostrava la tendenza a produrre effetti distorsivi degli equilibri sociali, politici ed economici. Un modello che, come abbiamo visto, si è trasformato in un buco nero capace di inglobare intere economie nazionali, invadendo progressivamente la società, la politica e la vita delle persone.
Paradossalmente, però, la spinta più forte all’affermazione del capitalismo globalizzato non è venuta dall’Occidente industrializzato che dismetteva le sue regole, ma dalle economie asiatiche che hanno cambiato i baricentri, determinato nuovi equilibri e veloci trasformazioni nelle classifiche economiche, con enormi trasferimenti di risorse che hanno inevitabilmente spostato anche il peso delle riserve di capitale mondiale.
I crescenti investimenti da parte delle grandi imprese hanno a loro volta determinato una moltiplicazione di transazioni, investimenti e iniziative imprenditoriali, con nuove forme d’investimenti finanziari al seguito del grande business.
Queste imponenti masse di denaro hanno giustificato un’ancora più decisa deregulation negli anni Novanta, proprio a partire dal settore finanziario. Liberalizzazione dei mercati finanziari e dei capitali significava che le banche potevano ottenere enormi profitti sui prestiti. E quando i prestiti diventavano inesigibili, si procedeva con la collettivizzazione delle perdite, mettendo sotto pressione le economie nazionali.
Anche per questo motivo, le grandi istituzioni finanziarie internazionali hanno sollecitato i governi ad adottare le teorie economiche conosciute come ‘Washinghton Consensus’, che si sviluppano sostanzialmente intorno alle seguenti idee: disciplina fiscale e di bilancio; economia di mercato comprensiva di diritti di proprietà, tassi di cambio in competizione, privatizzazioni e deregolamentazione. Il tutto, accompagnato dalla liberalizzazione del commercio e soprattutto dagli investimenti esteri diretti.
L’amara verità, che abbiamo scoperto troppo tardi, è che le innovazioni nei mercati finanziari erano mirate ad aggirare le regole, le norme contabili e l’imposizione fiscale, svuotando, ad esempio, la legge Glass-Steagal del 1933 che, dopo la grande crisi del ’29, aveva separato le banche commerciali (quelle che prestano denaro) dalle banche di investimenti (quelle, cioè, che organizzano la vendita di obbligazioni e azioni) per evitare i conflitti di interesse.
La crisi dei mutui americani non è stata altro che la conseguenza della rottura dei delicati meccanismi di regolazione. Il libero mercato si è trasformato in una scusa per nuove forme di sfruttamento. Il termine privatizzazione è diventato sinonimo di profitto, monopoli e quasi-monopoli: il settore delle telecomunicazioni e lo sfruttamento dei suoli ne sono un esempio.
Nel 2000, un rapporto dell’Institute for Policy Studies aveva confrontato il fatturato delle maggiori imprese multinazionali e il prodotto interno lordo dei paesi più ricchi del mondo. Ne era risultato che 51 delle più grandi economie del pianeta erano grandi imprese e solo 49 erano paesi. Nel 2008, nel World Investment Report delle Nazioni Unite, si osservava che il numero delle multinazionali era passato da 7250 alla fine degli anni Settanta a oltre 60.000 tre decenni dopo.
A fronte di un sistema economico planetario totalmente fuori controllo, si sarebbe dovuto affrontare seriamente il problema di come governarlo, senza cadere nell’illusione che bastasse affidarsi a un vago concetto di global governance.
Il 15 settembre 2008, data del tracollo della Lehman Brothers, con la conseguente crisi delle grandi banche e delle società finanziarie, segna, per molti versi, la fine del fondamentalismo di mercato. Un sistema che, negli ultimi venticinque anni, ha goduto di una libertà di manovra senza precedenti e che, invece di autoregolarsi, ha dovuto essere soccorso più volte dallo Stato.
Dopo la crisi economico-finanziaria del 2008, la scena è tornata a essere nuovamente dominata dalla presenza attiva degli Stati e, per usare le parole di Stiglitz, oggi solo degli illusi avrebbero ancora il coraggio di sostenere che i mercati si correggono da soli.
Tutto ciò chiarisce perché il dibattito sul futuro dello sviluppo economico sia tornato a concentrarsi intorno al ruolo del “pubblico” nel promuovere, indirizzare e sostenere sul mercato le diverse economie nazionali. Un’opzione, questa, che si configura come una scelta politica a lungo termine, non limitata alla ricostruzione di un’economia disastrata o al rilancio in seguito a una recessione.
D’altronde, la presenza dello Stato nell’economia europea ha avuto dal dopoguerra un ruolo fondamentale nel l’affermare un modello dove il “pubblico” è custode dei diritti dell’individuo.
La risposta alla perdita di controllo sui mercati globali non può essere che nelle regole e nella presenza del “pubblico” nelle economie nazionali, anziché nella sua assenza. E questa scelta non può che venire dalla politica. Perché è questo il terreno dove possono avere successo gli sforzi volti al governo dei processi economici.
L’altro grande insegnamento della crisi economica che stiamo attraversando è che qualsiasi tentativo di governare la globalizzazione dall’alto rischia di trasformarsi in un insuccesso. Ma la globalizzazione si può governare dal basso. Magari ispirandosi a quel modello economico-sociale che ha alimentato la visione europea di Altero Spinelli e che auspica il passaggio alla proprietà pubblica dei monopoli e, in particolare, dei monopoli naturali e delle attività a carattere strategico, per evitare che l’interesse privato possa sfruttare i cittadini e che le grandi imprese possano incidere in misura incontrollata sulla gestione delle politiche pubbliche. Un modello economico e sociale che permetta l’effettiva riduzione delle diseguaglianze nelle posizioni di partenza attraverso l’istruzione pubblica aperta a tutti, che garantisca un equilibrio fra domanda e offerta di lavoro e un relativo livellamento delle remunerazioni per tutte le categorie professionali; un sistema generalizzato di protezione che possa assicurare un tenore di vita decente anche alle categorie più disagiate senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio.
Un cambiamento che spaventa? Sicuramente. Ci troviamo di fronte alle sliding doors verso il futuro del nostro paese. Bisogna fare la scelta giusta: è per questo che occorre la politica.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 18 giugno. Sfoglia l’indagine Tecnè in pdf.

 

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