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La crisi dell’ideale democratico europeo

di Fabio Germani

Negli ultimi due anni si è posto ripetutamente il problema dell’ideale democratico europeo che, tra veti e posizioni spesso rigide, ha messo a dura prova la tenuta dell’Ue. L’aggravarsi della crisi ha fatto il resto, dirottando il dibattito sull’eventuale cessione di sovranità di uno o più Stati. La riflessione, poi, ha trovato in Italia il suo apice al momento dell’ingresso a Palazzo Chigi di Mario Monti, paventando talvolta l’intrusione dei “poteri forti”, talvolta un’interruzione seppur momentanea della democrazia. Entrambi gli argomenti – la democrazia traballante e la cessione di sovranità – sono maturati in seno all’esperienza tecnica (mancante quindi della legittimazione del voto popolare, ma pur sempre inserita nei ranghi costituzionali), subordinata, secondo molti, ai diktat delle istituzioni europee (torni alla mente, tra le altre cose, la lettera della Bce di un anno fa).
Il tema è tornato in auge dopo la controversa intervista allo Spiegel in cui Monti ha rivendicato il diritto dei governi a mantenere “un proprio spazio di manovra” indipendente rispetto alle decisioni dei Parlamenti allo scopo di evitare “una disintegrazione dell’Europa” altrimenti “più probabile di un’integrazione”. Dalla Germania sono volate critiche ai danni del premier italiano (qualcuno ha persino parlato di attentato alla democrazia). Eppure è innegabile di quanto l’Ue, su diverse istanze, sia parsa piuttosto un’unione a geometria variabile (o, che dir si voglia, a due o più velocità). L’affiatamento tra i Paesi membri ha iniziato a scricchiolare con l’introduzione della moneta unica a cui di fatto non è mai seguita una reale unione politico-fiscale, evidenziando limiti che ne hanno accentuato le difficoltà durante la fase più acuta della crisi economica e finanziaria.
È in questa ottica che è giunta la precisazione del presidente del Consiglio in seguito alle polemiche: “Ho unicamente voluto sottolineare la necessità al fine di compiere passi avanti nell’integrazione europea che si mantenga un costante e sistematico dialogo fra governo e Parlamento. Infatti, nel corso dei negoziati tra governi a livello di Unione europea, può rivelarsi necessaria una certa flessibilità per giungere ad un accordo, da esercitarsi sempre nel solco di scelte condivise con il proprio Parlamento”. Anche un modo, probabilmente, di parlare a nuora perché suocera intenda. Il rigorismo eccessivo del duo Merkozy, il nuovo asse Roma-Parigi (dopo la vittoria di Hollande) e la lettera congiunta di Italia, Gran Bretagna, Olanda, Estonia, Lettonia, Finlandia, Irlanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna, Svezia e Polonia inviata nel mese di febbraio all’esecutivo Ue di Bruxelles sulle prospettive di crescita e di sviluppo nonché lo strappo di Cameron sul fiscal compact sono eventi troppo recenti per non avere in considerazione le numerose divergenze che hanno caratterizzato la vita dell’Ue. Non vi è un rischio di deriva antidemocratica, ma il pericolo di vedute troppo differenti che metterebbero a repentaglio l’ideale democratico europeo.

 

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