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Il lascito del Cardinal Martini

di Antonio Caputo

Con i solenni funerali celebrati in un Duomo completamente gremito (gremito anche di religiosi, giunti da ogni parte d’Italia), si è conclusa l’avventura terrena di Carlo Maria Martini. Numerose le autorità presenti, alcuni ministri, il premier Monti, l’ex premier Prodi, l’ex procuratore Borrelli, il direttore del Corriere della Sera, De Bortoli (il quotidiano milanese ha dedicato ampio spazio, in prima pagina, e per più giorni all’evento luttuoso), la presidente del Pd, Rosy Bindi, formatasi alla scuola del Cardinale, e le Autorità locali. Numerosissimi i messaggi e le manifestazioni di cordoglio; su tutti quello del presidente Napolitano: “La morte del Cardinal Martini è una grave perdita non solo per la Chiesa e per Milano, ma per l’Italia intera”.
Il messaggio del Papa è stato letto dal Cardinale Angelo Comastri, inviato da Benedetto XVI a concelebrare la Messa funebre: Martini è stato – ha scritto il Pontefice, amico personale del defunto Cardinale – “uomo di Dio, che non solo ha studiato la Sacra Scrittura, ma l’ha amata intensamente, ne ha fatto la luce della sua vita, tutto a maggior gloria di Dio”. Ha avuto “grande apertura d’animo, non rifiutando mai l’incontro e il dialogo con tutti”; “un pastore generoso, un instancabile servitore del Vangelo e della Chiesa”.
L’Arcivescovo Scola, che ha presieduto la cerimonia, ha usato anch’egli espressioni accorate: “Questo il lascito del Cardinale: ha sempre cercato di abbracciare tutto l’uomo, e tutti gli uomini. Lo ha potuto fare perché ben radicato nella certezza incrollabile che Cristo, con la sua morte e resurrezione è offerto perennemente alla libertà di ognuno”.
Torinese, classe 1927 (coetaneo di Ratzinger), Martini diventa gesuita a 17 anni, ed è ordinato sacerdote a 25. Appassionato di studi biblici, consegue il Dottorato, presso la Pontificia Università Gregoriana a 31 anni; della stessa Università verrà da Paolo VI nominato Rettore nel 1978. Teologo, fautore di una interpretazione estensiva delle tesi del Concilio Vaticano II, soprattutto in tema di collegialità nel governo della Chiesa, alla morte del Cardinale Giovanni Colombo (1979), gli succede alla guida della Diocesi ambrosiana. Cardinale dal 1983, resterà Arcivescovo di Milano fino al 2002, quando si dimetterà per raggiunti limiti età (a 75 anni i titolari di Diocesi, Dicasteri e quant’altro cessano – salvo deroghe, concesse direttamente dal Pontefice- dai loro incarichi, per raggiunti limiti di età: unica eccezione il Papa, per il quale il diritto canonico non contempla dimissioni) per recarsi in Terra Santa. Numerosi i suoi scritti, celebri le sue catechesi; Martini era un punto di riferimento per una parte del mondo cattolico. Da tempo il Cardinale soffriva di Parkinson, tanto che era stato costretto al rientro dalla Terra Santa in Italia, per curarsi, nel 2008. Lucido fino alla fine, ha rifiutato ogni accanimento terapeutico. Una precisazione va fatta: la Chiesa condanna l’accanimento terapeutico; il Cardinale pertanto non ha compiuto alcuno strappo con il Magistero ecclesiastico.
Cosa resta di Carlo Maria Martini? Il suo ecumenismo, la volontà di intavolare un dialogo con (quasi) tutte le fedi e anche gli con atei. Il quasi è riferito al fatto che, in un suo scritto, Martini affermava come con i Testimoni di Geova fosse praticamente impossibile confrontarsi. Tra le tante sue iniziative, quella della “Cattedra dei non credenti” per la quale, come aveva ricordato lo stesso Martini, in un’intervista dopo l’elezione a Pontefice di Benedetto XVI, aveva preso ispirazione leggendo uno scritto di Ratzinger. Europeista, uomo di pace, difensore degli immigrati e dei deboli, si è guadagnato il plauso anche di settori lontani dalla Chiesa. Un esempio su tutti, il quotidiano Il Manifesto, che titolava sabato, in prima pagina, “Il prete bello”.
Sui temi etici l’approccio di Martini (attenzione: non la sostanza, semplicemente l’approccio ai temi) era di valutare se fossero possibili altre strade, rispetto a quella tradizionale della Chiesa. Delicato, per fare un esempio, il tema della Comunione ai divorziati, su cui la Chiesa contempera comprensione per chi viva una situazione di sofferenza per la crisi del suo matrimonio, e la non modificabilità della dottrina, non essendoci possibilità di altra interpretazione perché il Vangelo sul punto è chiarissimo: “Chiunque ripudia la propria moglie – salvo il caso di unione illegittima – commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata, commette adulterio”. E’ peraltro improprio parlare di esclusione dalla Comunione per i divorziati in quanto tali: lo scioglimento civile, in sé, del matrimonio non rileva per la Chiesa; ciò che esclude dalla Comunione sono, per una persona sposata (anche se civilmente divorziata: per la Chiesa, resta valido il primo ed unico matrimonio) i rapporti sessuali con una persona diversa dal proprio coniuge (il secondo – per il diritto civile- coniuge, un amante, etc).
Parlare di Martini come di un contestatore della Dottrina della Chiesa è, come ha ricordato il portavoce del Papa, Padre Lombardi, una “lettura fatta in una prospettiva di superficialità estrema”. D’altronde non possono singoli vescovi (e neppure gruppi) contestare la Dottrina della Chiesa, che è fatta innanzi tutto dalle Sacre Scritture, dai documenti ufficiali (tra cui le encicliche papali) compendiati nel Catechismo, e dalla Tradizione, che riveste un ruolo di primo piano. Fondamentali, inoltre, sono i pronunciamenti del Papa: quelli di Vescovi e Cardinali, anche se autorevoli, valgono, dottrinariamente, solo se in comunione col Papa. Per approfondire il discorso, si consiglia la lettura del volume “Vera e falsa teologia” di Mons. Antonio Livi.
Ben altra cosa dalla contestazione, è la pluralità di voci, sempre esistita, e che costituisce una ricchezza per la Chiesa. Come ha giustamente ricordato Paolo Mieli, in una puntata di Correva l’anno, dedicata al Cardinale, è esagerato e fuorviante parlare di Martini addirittura come di un anti-papa, rispetto a Giovanni Paolo II. Era, a giudizio di Mieli, quello di Martini piuttosto un controcanto, comunque ritenuto utile alla Chiesa dallo stesso Papa, al quale il Cardinale in ben tre occasioni offrì le proprie dimissioni, sempre respinte da Wojtyla, che lo confermò alla guida della importantissima (e assai delicata, vista la mentalità laica ed edonista largamente imperante in una città dove il cattolicesimo non trova certo un terreno molto fertile) Diocesi.
Si discuteva di una possibile elezione di Martini a Papa, nella seconda metà degli anni ’90 quando le condizioni di salute di Giovanni Paolo II cominciarono a peggiorare. L’ipotesi però, andava declinando man mano che si allungava il pontificato di Wojtyla: chiusa l’esperienza milanese tre anni prima della morte del Papa, Martini perse la rampa di lancio privilegiata della Diocesi meneghina, e, al momento del conclave, la sua età avanzata, il suo stato di salute, e la sua lontananza da un ruolo operativo, avevano indebolito moltissimo una possibile candidatura, ipotesi già di suo – senza le difficoltà ora elencate -, poco praticabile, perché di rottura.

 

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