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L’11 settembre e le sue conseguenze

di Antonio Caputo

Proprio come nel 2001, anche quest’anno cadeva di martedì l’11 settembre, undicesimo anniversario di quel tragico giorno, in cui, su un’America già alle prese con il rallentamento economico, piombò l’attacco terrorista islamico che (e non è retorica) avrebbe cambiato la storia.
La giornata del terrore iniziò alle 8.46 (le 14.46 italiane), quando un aereo di linea dell’American Airlines, dirottato da un commando terrorista, andò a schiantarsi contro la Torre Nord (edificio n. 1) del World Trade Center di New York, poco sotto il centesimo piano. Neanche diciassette minuti, e, alle 9.03, quando le tv americane inquadravano la Torre 1, un secondo aereo, anch’esso dirottato da un commando terrorista, centra, all’altezza dell’ottantesimo piano e praticamente in diretta televisiva, la Torre Sud (edificio n. 2). L’incredibile apocalisse che stava avvenendo colse impreparata la difesa aerea americana e la confusione che si generò nei primi momenti favorì ancora l’organizzazione terroristica di Osama Bin Laden, che portò a termine, nel giro di pochi minuti un altro attacco: alle 9.37 un altro aereo si schiantava sul Pentagono, sede del ministero della Difesa americano ad Arlington (Virginia), area metropolitana di Washington/DC. Nel frattempo, le temperature elevatissime causate dalle esplosioni, causano cedimenti strutturali negli edifici colpiti, che pian piano cedono alla fusione delle strutture portanti: alle 9.59 la Torre Sud (la seconda colpita, ma in un punto più basso e da un aereo lanciato a velocità maggiore) collassa su stessa, dopo neanche 56 minuti di “agonia”, in pochi istanti, uccidendo, nel proprio crollo, le numerose persone ancora al suo interno; alle 10.07 collassa l’ala ovest del Pentagono; alle 10.28 infine, collassa anche la Torre Nord (un’ora e quaranta dopo l’impatto). Un quarto aereo intanto era stato dirottato da un quarto commando terrorista, con l’obiettivo di schiantarsi sul Congresso o sulla Casa Bianca, ma i passeggeri, udito quanto già avvenuto a New York e Washington, e capito che si trattava di una missione kamikaze, decidono di ribellarsi e a quel punto il commando qaedista decide lo schianto al suolo (l’impatto a terra avverrà in quel di Shanksville, Pennsylvania, alle 10.03). I morti si contarono a migliaia: 3000 circa in tutto, la stragrande maggioranza al World Trade Center; tra essi, oltre cento coloro che in un estremo e disperato (ma ovviamente vano) tentativo di salvarsi dalle fiamme che avvolgevano i piani alti e che non avrebbero permesso loro di scendere le scale, si gettarono nel vuoto disintegrandosi all’impatto col suolo; e quasi quattrocento i vigili del fuoco di New York che per prestare soccorso nel tentativo di mettere in salvo quante più persone possibili, entrarono nelle Torri ben sapendo che con ogni probabilità non ne sarebbero usciti. L’allora Presidente Gorge W. Bush, in visita in Florida, fu, per ragioni di sicurezza, portato via a bordo dell’Air Force One presidenziale, e trascorse in volo in giro per l’America la tragica giornata, perché in quel momento era nei cieli (sui quali era stato dato l’ordine di abbattere qualsiasi volo civile) l’unico spazio sicuro d’America (la stessa Casa Bianca era stata evacuata, come pure il Campidoglio, sede delle due Camere del Congresso), mentre, il vicepresidente Cheney veniva portato (come prevede la prassi in momenti in di pericolo per la sicurezza nazionale) in luogo segreto e sicuro.
Quali conseguenze ebbe la tragedia dell’11 settembre 2001? Numerose ovviamente, dal punto di vista militare, politico, economico e sociale (soprattutto psicologico, con numerose persone vittime di attacchi di panico, e sanitario: l’area nei dintorni del World Trade Center, a New York era altamente tossica, per il collasso delle Torri ed il fumo sprigionato dagli incendi, che rilasciarono nell’aria metalli, amianto e gas altamente nocivi).
Militarmente, gli Stati Uniti intrapresero, con gli alleati occidentali, ed il voto favorevole dell’unanimità del consiglio di Sicurezza Onu, la guerra in Afghanistan, vinta militarmente in breve tempo (il regime talebano che proteggeva Bin Laden ed Al Qaeda fu spazzato via in poche settimane) ma rivelatasi foriera di enormi difficoltà successive (la missione non è ancora terminata: i talebani portano tuttora a segno numerosi e sanguinosi attentati, e la democrazia muove i primi, fragilissimi, passi con enorme fatica). Un indubbio successo dell’amministrazione Obama è stata l’uccisione, a maggio dell’anno scorso, del leader di Al Qaeda, Bin Laden; un successo che come ricordato dallo stesso Obama, non significava affatto guerra finita.
Dopo l’Afghanistan, fu la volta dell’Iraq, ma stavolta Bush (in alleanza con la Gran Bretagna di Blair, la Spagna di Aznar e numerose altre nazioni; noi mandammo i soldati a guerra finita), non si fermò all’impasse del Consiglio di Sicurezza, ed intraprese una guerra fuori dalla legalità internazionale. Gli Usa invasero l’Iraq di Saddam Hussein, ma, come in Afghanistan, vinta la guerra (e catturato il dittatore), non riuscirono a “vincere la pace” impantanandosi, come fecero, in una guerriglia durata anni e che sarebbe costata forti perdite americane in vite umane (incalcolabili le perdite irakene) ed anche dal punto di vista economico, come recentemente ricordato dal reverendo Jesse Jackson alla Convention democratica della settimana scorsa. Bastonata dalle guerre nel mondo islamico, l’America (che intanto, proprio per cambiare pagina, votò Obama nel 2008) mutò approccio, limitandosi ad appoggiare le guerriglie di opposizione, che hanno dato vita alla “primavera araba”, contro i regimi autoritari al potere da decenni: una mossa rischiosa, perché, con tutti i loro difetti, Ben Alì in Tunisia, Mubarak in Egitto, e, sia pur meno affidabile, Gheddafi in Libia, garantivano stabilità ed erano regimi non certo ostili all’Occidente (America e soprattutto Israele, Stato che ora rischia di rimanere isolato nello scacchiere mediorientale); diverso il discorso in Siria ma questa è un’altra storia.
Sull’economia, le conseguenze furono il peggioramento della situazione già difficile a livello americano (a partire dall’autunno 2000, cosa che contribuì alla sconfitta di Gore alle presidenziali contro Bush) , difficoltà che si sarebbe esportata a livello mondiale, e l’esplosione dei costi per il bilancio federale statunitense, già ricordata poc’anzi.
Dal punto di vista politico, la guerra in Iraq portò malissimo a Bush, il quale perse in poco tempo tutti gli alleati che lo avevano affiancato in quell’avventura: lo spagnolo Aznar, nel 2004; il polacco Miller, nel 2005; l’italiano Berlusconi, nel 2006; la maggioranza parlamentare in entrambi i rami del Congresso, nel 2006 e l’inglese Blair, nel 2007, determinando così l’isolamento dell’Amministrazione che solo pochi anni prima, all’indomani dell’11 settembre, aveva visto coagulare intorno a sé l’alleanza politica e militare di tutto l’Occidente e la solidarietà anche di Paesi tradizionalmente lontani, Russia in primis. Proprio il Paese di Putin oggi costituisce una delle maggiori criticità per la politica estera americana. Zar Wladimir, che nel 2004 si schierò personalmente per la rielezione di Bush, rimase molto scottato dal secondo mandato del presidente repubblicano. Con Obama alla Casa Bianca le cose sono migliorate solo marginalmente, ma i rapporti Mosca-Washington, anche se non più alle soglie di una nuova “guerra fredda”, come alla fine del mandato di Bush, restano tutt’altro che buoni.

 

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