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Come sono andate le elezioni in Olanda

di Antonio Caputo

Olanda al voto anticipatamente (ed è ormai un’abitudine per questo Paese), dopo la rottura, a marzo, dell’alleanza di centrodestra che sosteneva il premier Mark Rutte, composta da VVD (Liberali) e CDA (Democristiani). Un governo di minoranza, in cui era determinante il sostegno parlamentare dell’estrema destra, (PVV) di Geert Wilders. Proprio il no al piano di austerity del governo, da parte del partito di Wilders, ha determinato la messa in minoranza dell’esecutivo e lo scioglimento anticipato della legislatura.
Il Parlamento di Amsterdam è composto da 150 deputati (vi è anche una Camera Alta, con 75 componenti, ma i cui poteri sono assai ridotti), ed è eletto con un sistema proporzionale puro, a livello nazionale, e senza correttivi (come avviene ad esempio in Spagna, dove ogni Provincia costituisce circoscrizione a sé, cosa che favorisce nettamente i partiti maggiori), né sbarramenti, né premi di maggioranza: il risultato è quello di una elevata frammentazione, che rende, spesso, assai difficile l’intesa tra partiti per la formazione del governo, inducendo la necessità di “grandi coalizioni” o di sostegno determinante delle forze estreme.
E’ stato così per lo meno dagli anni ’90 quando, dopo le elezioni del 1994, i Laburisti (PvDA) del vicepremier uscente Wim Kok, si sganciarono dall’alleanza con i Democristiani, per fare un governo di coalizione “porpora” (la somma del rosso con il blu), insieme ai Liberali. Tale governo (confermato nel 1998) fu sconfitto nel 2002, quando, all’indomani dell’11 settembre, in Olanda, come in molti Paesi europei acquisirono un peso sempre maggiore le formazioni di ultradestra (contemporaneamente, in Francia Le Pen andò al ballottaggio contro Chirac). Nei Paesi Bassi l’estrema destra assunse il volto di Pim Fortuyn, ex socialista (attenzione, non i Laburisti del PvDA: i socialisti propriamente detti -ex maoisti-), poi spostatosi su posizioni conservatrici, populiste ed antislamiche. La Lista Fortuyn, già in ascesa, si impennò a seguito dell’uccisione del suo leader, avvenuta alla vigilia delle elezioni: il successo elettorale le guadagnò l’ingresso al governo, in coalizione con i Democristiani di Jan Pieter Balkenende ed i Liberali. Ma le divergenze ideologiche tra le formazioni e lo sfaldamento degli eredi di Fortuyn determinarono ben presto la rottura della coalizione ed il ritorno alle urne un anno dopo. Alle elezioni del 2003, nuova vittoria democristiana e nuovo governo Balkenende, in coalizione con Liberali e Democratici Progressisti (D66); governo che, per divergenze sull’immigrazione, fu costretto alle dimissioni nel 2006. Dalle elezioni dell’autunno di quell’anno uscì una coalizione democristiano-laburista, ancora a guida Balkenende, che si ruppe a inizio 2010 sulla missione in Afghanistan. Nel frattempo il clima sociale interno peggiorava ed i contrasti etno-religiosi, nel sempre tollerante Paese, si acuivano: un esempio di ciò fu l’uccisione (sembra l’attualità di queste ore), da parte di un estremista islamico, del regista Theo Van Gogh, autore di un film ritenuto anti islamico. Così, risorgendo dalle proprie ceneri, l’estrema destra assumeva il volto di Geert Wilders, vero trionfatore nel 2010.
Dopo quest’ampia premessa, analizziamo i risultati, che vedono la decisa vittoria delle formazioni europeiste, in primis i Liberali del premier uscente, confermatisi primo partito ed in netta ascesa dai 31 seggi uscenti ai 41 attuali. Secondi si confermano i Laburisti, di Diederik Samsom, protagonisti di un’impennata nelle ultime settimane: passano da 30 seggi di due anni e mezzo fa, ai 39 attuali. Male Democristiani (da 21 a 13 seggi), e, soprattutto, il PVV di Wilders, crollato da 24 a 15 seggi, stessa quota dei Socialisti maoisti (stabili, questi ultimi, sul 2010). PVV e Socialisti maoisti sono formazioni euro scettiche, contrarissime ai piani di austerità di Bruxelles. Liberali, Laburisti e Democristiani (oltre al piccolo D66), sono, invece, europeisti. Si profila un governo di “grande coalizione” nuovamente di color “porpora”, in cui stavolta ad esprimere il premier sarà la parte blu (i Liberali del VVD), nonostante le divergenze, classiche, tra le due parti: i Liberali sono fautori di tagli alle spese ed alle tasse, i Laburisti, al contrario, sono per un maggior intervento pubblico.
La campagna elettorale si è giocata (e non poteva essere altrimenti) sull’economia: convinta la difesa, da parte del premier Rutte, dell’austerity. “Non varo queste misure, perché imposte dall’Europa, ma perché sono per il bene del mio Paese”, si è difeso dagli attacchi degli euroscettici; Samsom, dal canto suo, è emerso per la sua brillante capacità dialettica nei dibattiti tv, rilanciando (e riportando, con ogni probabilità al governo) un partito, quello Laburista, che, per il rivolgersi a destra, negli ultimissimi anni, di Democristiani e Liberali rischiava di esser marginalizzato. Nelle prossime settimane le trattative per la formazione del governo: difficili, nonostante le divergenze rosso-blu, altre coalizioni, a meno di non imbarcare gli euroscettici.

 

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