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La corsa si sposta in Medio Oriente

di Fabio Germani

C’è chi ha voluto accostare la morte dei tre funzionari statunitensi e dell’ambasciatore a Bengasi, Chris Stevens, alla crisi degli ostaggi del 1979 a Teheran che ulteriormente costò in termini di popolarità all’allora presidente Jimmy Carter. Mettiamola in questo modo: di sicuro quanto sta avvenendo in queste ore in Libia, in Egitto e in Yemen è una mazzata tra capo e collo per Barack Obama, il quale in politica estera e a poche settimane dal voto aveva molte più carte da giocare rispetto allo sfidante Mitt Romney (e non solo per l’uccisione di Osama Bin Laden, avvenuta lo scorso anno). Le critiche rivolte alla Casa Bianca (che poi, a ben vedere, sono le medesime di sempre) puntano il dito contro la poca fermezza mostrata dal presidente, peraltro comandante in capo delle forze armate. L’amministrazione americana sembra avere messo in campo una strategia di stop and go: da un lato condanna l’attentato, chiosando che non resterà impunito; dall’altro (basta rileggersi le dichiarazioni di Hillary Clinton di giovedì) condanna il film blasfemo sull’Islam (sulla cui reale paternità ancora si indaga), reo di avere scatenato i tumulti di questi giorni.
Il New York Times ha sottolineato come sia l’Egitto il fulcro della situazione che si è venuta a creare. Prima delle fatali proteste libiche, infatti, le tensioni a Il Cairo hanno registrato la morbida posizione del governo islamico guidato da Mohamed Morsi, circostanza che avrebbe infastidito (e non poco) la Casa Bianca. Potrebbe dunque non sembrare troppo un caso la lettera che l’indomani, cioè venerdì, il vicepresidente in Egitto dei Fratelli musulmani, Khairat el-Shater, ha fatto pubblicare sul prestigioso quotidiano in cui ammette che né gli Stati Uniti né i suoi cittadini siano da ritenersi responsabili per quanto sta avvenendo.
La verità, al di là delle strumentalizzazioni politiche che possono far parte del gioco, è che di certo l’amministrazione Obama non può essere accusata della diffusione del lungometraggio di dubbia provenienza e ritenuto blasfemo (con buona pace dell’Iran che al contrario ritiene il governo americano colpevole). Però non è detto che la mazzata tra capo e collo, vista con l’occhio cinico di chi analizza la campagna elettorale, debba necessariamente nuocere al percorso di Obama. Alcuni autorevoli organi di stampa – primi fra tutti il Washington Post e il Los Angeles Times – hanno stigmatizzato la rapidità con cui Romney ha approfittato della morte di Stevens per attaccare il presidente quando, in momenti del genere, sarebbe invece auspicabile una maggiore solidarietà nazionale. Sarà perciò curioso osservare i prossimi sondaggi, in modo da capire come l’opinione abbia recepito gli ultimi avvenimenti, soprattutto dopo che le precedenti rilevazioni avevano evidenziato un discreto vantaggio di Obama nei confronti dell’ex governatore del Massachusetts.
C’è infine l’economia, che resta a tutt’oggi il tema principale. È di giovedì la decisione della Fed riguardo un nuovo piano di acquisto di bond da 40 miliardi di dollari al mese, mentre il numero uno della Banca centrale americana, Ben Bernanke, ha parlato di una ripresa moderata in vista. Sul fronte del lavoro (argomento spinoso per entrambi i contendenti alla Casa Bianca) le stime della Fed confermano per il 2012 un tasso di disoccupazione compreso tra l’8 e l’8,2% che, secondo le previsioni, scenderà progressivamente fino al 6,7-7,3% del 2014.

 

2 Commenti per “La corsa si sposta in Medio Oriente”

  1. […] la politica estera entrava prepotentemente nella corsa alla Casa Bianca, come ben evidenziato da un articolo di Fabio Germani apparso su queste colonne nei giorni scorsi. Non ci occuperemo, dunque, della situazione a livello […]

  2. […] la politica estera entrava prepotentemente nella corsa alla Casa Bianca, come ben evidenziato da un articolo di Fabio Germani apparso su queste colonne nei giorni scorsi. Non ci occuperemo, dunque, della situazione a livello […]

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