Unico imperativo: cambiare passo senza esitazioni | T-Mag | il magazine di Tecnè

Unico imperativo: cambiare passo senza esitazioni

di Fabio Germani

Fin dalla sua nascita T-Mag ha avuto una piccola, grande, presunzione: non considerarci un giornale uguale agli altri. La nostra missione è stata sempre quella di “capire” la notizia e di interpretarla, di collocarla in un contesto e di trovare una soluzione. Non sempre ci siamo riusciti, ma sempre ci abbiamo provato. Non avremmo potuto fare altrimenti, essendo il nostro un magazine online edito da un istituto di ricerca. Per questo motivo abbiamo preferito in diverse occasioni intervistare docenti universitari piuttosto che politici (è capitato di interpellare anche questi ultimi, sia chiaro) o persone con una storia da raccontare piuttosto che personaggi legati ad un determinato establishment. Abbiamo avuto la possibilità di proporre molte idee, soprattutto attraverso l’opinione di chi talvolta non la pensa allo stesso nostro modo. Un arricchimento per tutti, per noi in primis.
L’Italia, come ormai evidenziamo con scadenza quasi quotidiana, è un Paese che presenta un ritardo strutturale spaventoso. Ciò è vero in ogni aspetto della vita sociale e del sistema produttivo. Il lavoro non è di qualità, i giovani vivono in una situazione di disagio e di incertezza, il futuro è paragonabile ad un terreno ricco di insidie.
Negli ultimi mesi le cronache giornalistiche hanno riferito a iosa di faccendieri, di pratiche poco ortodosse, di ruberie e malcostume. Opere inqualificabili, per dirla in altri termini, perpetrate da esponenti della cosiddetta classe dirigente. L’antipolitica, che in definitiva è la politica di chi tenta di sfaldare uno schema temporaneamente costituito, è frutto anche (ma non solo) della cattiva gestione della cosa pubblica. La crisi economica internazionale è per l’Italia, in questo senso, uno specchietto per le allodole. Ci siamo illusi, sbagliando, che con il governo Monti avremmo messo da parte gli antagonismi riuscendo per una volta a parlare esclusivamente dei temi che più preoccupano gli italiani, con le difficoltà che molti hanno di arrivare serenamente alla fine del mese. Ci ritroviamo invece a commentare le solite e spiacevoli circostanze, con un interrogativo: vale la pena di proseguire a fare quello che facciamo? Assolutamente sì. Ma una classe politica spesso inopportuna (che squalifica perciò il lavoro di chi intende onorare il proprio impegno con onestà, e per fortuna ce ne sono ancora di persone così) è motivo di scoraggiamento, non possiamo negarlo.
Anche se non è il massimo, concluderemo con un’autocitazione ripresa da un recente editoriale che oggi ci sembra a maggior ragione foriero di quanto sarebbe accaduto nell’arco di poche settimane:

Non siamo un Paese da buttare, ma va impedito che a farlo siano le future generazioni. E c’è un solo modo per tornare a crescere e scrollarsi di dosso l’alone di inadeguatezza che ci trasciniamo dietro da anni: ricominciare a fare cose che un tempo erano la nostra prerogativa, innovando e obbligando gli altri a prenderci come modello. È l’unica possibilità che abbiamo di essere competitivi in un mondo sempre più ostico e in crisi perenne.

Serve un rapido cambio di rotta. Ma sul serio: arrivati a questo punto non è più un mero auspicio, ma una necessità organica.

 

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