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Quando i fatti sono argomenti testardi

di Fabio Ferri

Troppi principi si sono impastati la bocca con la parola “libertà” mentre ordinavano la morte di dissidenti poco allineati. Troppi re mandavano a morire i loro eserciti nascondendo l’oro con il mantello della “giustizia”. Preferisco i fatti; nudi e crudi. Nel caso Sallusti, il dito sembra coprire la luna. C’è da dire che il pericolo adombrato è roba seria: la perdita della libertà, il condizionamento dell’opinione della stampa con la minaccia, il reato di diffamazione che pesa come una spada di Damocle su ogni cronista. Troppe idee, che confondono, fanno girare la testa. Per fermare questa giostra cercheremo di aggrapparci a qualche fatto.
Questo è l’articolo contestato, che riporta un commento a firma Dreyfus (Renato Farina) su di un caso di cronaca avvenuto a Torino nel febbraio 2007. Una ragazzina [si potrebbe chiamare anche ragazza o ancora bambina suscitando sentimenti diversi] di 13 anni ha abortito. Di mezzo ci si è messa la magistratura. La Stampa all’indomani dell’accaduto riportava in sostanza la stessa versione di Libero e della maggior parte dei quotidiani e media. Un magistrato ordina l’aborto e la futura ex madre [la ragazzina costretta ad abortire, colei che non avrebbe più dato alla luce suo figlio o altri perifrasi del genere generano emozioni e coinvolgimenti diversi in chi legge] è impazzita. Questi i nodi centrali riportati più o meno allo stesso modo da tutti i quotidiani nazionali e non solo. Particolare non da poco [il commento aggiunge enfasi], la ragazzina era una consumatrice di droga e alcool [drogata e alcolizzata, frequentando brutte compagnie si era lasciata trascinare nel vizio, non è stata abbastanza forte da resistere ai mali della società moderna]. Non aveva una famiglia forte alle spalle [giustificazione per un adolescente sbandato, sottolineatura che una famiglia solida è la giusta base della società], era stata adottata, e il padre era lontano da casa e lei non voleva che sapesse di essere rimasta incinta. Una minorenne ha bisogno dell’autorizzazione dei genitori per abortire [controllo dei], nel caso in cui ci siano delle difficoltà in famiglia interviene il giudice tutelare del Tribunale dei minori [controllo del]. Il fatto inizialmente riportato, è di quelli che si perdono nelle pieghe del diritto: in cui una virgola per un giornalista serve a dare il ritmo mentre per un avvocato cambia il senso di una legge. Il futuro ex padre è un ragazzino di 15 anni, ma il sesso maschile è il primo autoeliminato in caso di aborto, quindi non ne parleremo. Ricapitolando. Una tredicenne con problemi di droga e alcool, con qualche difficoltà anche in famiglia (le due cose non sono necessariamente correlate), rimane incinta, la famiglia e un giudice decidono per lei che deve abortire. Lei ferita nello spirito e nella coscienza finisce in una clinica psichiatrica. Questo il giorno dopo si legge sui giornali. Il Giornale nella cronaca cittadina a firma di Simona Lorenzetti, riporta la cronaca di quest’ultimo episodio, con qualche dettaglio in più. La tredicenne ha ingoiato un mix di sostanze stupefacenti e alcool, tentando di uccidersi dopo lo shock dell’aborto. Il quadro è fatto. La trama si interseca così strettamente con l’ordito che è impossibile distinguere i fatti dalle opinioni. Il terreno è delicato ed inclinato. Diritto alla vita, diritto all’aborto, ingerenza della giustizia nella vita quotidiana, gravidanza di una minorenne, droga, ruolo della famiglia, etc. I dettagli, in controluce fanno scorgere un barlume di speranza, e dare alla storia una parvenza (se la possa avere) di accettabilità. Il giudice, vista la legge e considerata la situazione famigliare, concedeva la libertà di decidere di abortire o meno alla tredicenne e a sua madre, senza la presenza del padre. Né giudici né familiari avevano costretto ad abortire nessuno (per quanto la forza persuasiva nei confronti di un’adolescente incinta sia molto forte). La notizia viene ripulita insomma da molti aspetti emotivi che ne avevano connotato la drammaticità. Il giorno successivo, i principali organi [parti di un corpo (sociale) che lavorano insieme] d’informazione correggono il tiro. Tutti tranne Libero.
E veniamo all’attualità. Non è il reato di opinione, che vuol dire molto spesso l’opinione corrente e più gentile verso il potere di turno, che è in gioco. Ma qualcosa di più sottile e meno vociato: il diritto di dire il falso, e il prezzo che si deve pagare per farlo. Chiediamo a ragione di distinguere nel mondo finanziario tra banche che fanno investimenti rischiosi da quelle che conservano i risparmi dei correntisti. Perché non distinguere allo stesso modo i commenti (che possono non venire retribuiti in quanto non corrispondono ad un lavoro giornalistico) dai fatti. Lungi da dire che un giornalista debba essere senza opinioni. Sarebbe un appendiabiti per idee altrui. Deve però essere concreto, realista. Attenersi ai fatti, che non sono mai nudi, ma che non possono essere deformati a favore di un titolo in prima pagina. E arriviamo al secondo punto dell’attualità: “omesso controllo”. Questo il reato contestato dal giudice a Sallusti. Giudice che nell’articolo di Libero veniva descritto come un assassino di feti, e per tanto si chiedeva la pena di morte, se mai fosse possibile, nei suoi confronti. Mandare a morire qualcuno, per legge, è la frase che menoi preoccupa pur ripugnando. È l’accusa, in parte velata e in parte urlata, che è odiosa. Che ricorda tante brutte pagine di storia. Il garantismo, invocato e tirato per la giacca, non si può usare a fasi alterne in base alle proprie simpatie. Il giornalismo non è fatto solo di idee, spesso si riciclano sempre le stesse due (fascisti vs comunisti, manettari vs libertini), ma anche di responsabilità verso i propri lettori. C’è una bella frase di Thomas Jefferson a proposito di un sano princìpio: “La nostra libertà dipende dalla libertà di stampa, ed essa non può essere limitata senza che vada perduta”. Così è venuta in mente una frase di un altro presidente americano che lo ha preceduto, John Adams. “I fatti sono argomenti testardi, e qualsiasi sia la nostra volontà, le nostre inclinazioni o i dettami della nostra passione, non possono alterare lo stato dei fatti e delle prove”.

 

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