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Disuguaglianze e mobilità sociale in Italia

Nel 2011, le famiglie in condizione di povertà relativa sono in Italia due milioni e 782 mila (pari all’11,1% delle famiglie residenti) corrispondenti a 8 milioni e 173 mila individui poveri, il 13,6% dell’intera popolazione. Nella giornata di venerdì, inoltre, l’Istat ha fatto sapere che nel mese di dicembre è sceso ancora l’indice sul clima di fiducia personale.
Nel corso degli anni, la condizione di povertà è peggiorata per le famiglie numerose, soprattutto nel Mezzogiorno. Nel 2011, l’incidenza della povertà relativa è stata pari al 27,8% fra i minorenni se questi vivono con i genitori e almeno due fratelli. “L’indicatore sintetico ‘Europa 2020’ – viene spiegato nel Rapporto sulla coesione sociale dell’Istat –, che considera le persone che sono a rischio di povertà o di esclusione sociale, è cresciuto per l’Italia dal 26,3% del 2010 al 29,9% del 2011, un livello significativamente superiore alla media europea. La variazione negativa di 3,3 punti percentuali è la più elevata registrata nei Paesi europei.
Nel 2010, in Italia è materialmente deprivato il 25,8% delle famiglie residenti nel Mezzogiorno, (contro il 15,7 della media nazionale), valore che raggiunge il 30% in Sicilia e in Campania.
Segnali di peggioramento si osservano per le famiglie che non si possono permettere di riscaldare adeguatamente l’abitazione (che passano dal 10,6% del 2009 all’11,5%) e per quelle che arrivano con molta difficoltà alla fine del mese (dal 15,3 al 16%). Risultano invece sostanzialmente stabili le quote di famiglie che non si possono permettere una settimana di ferie lontano da casa almeno una volta all’anno e non possono far fronte a una spesa imprevista con mezzi propri.
Nel Mezzogiorno il rischio di povertà o di esclusione sociale supera la media nazionale di circa 15 punti percentuali (39,5% contro 24,6%) ed è più del doppio rispetto al valore del Nord (15,1%); inoltre è maggiore fra le famiglie con tre o più figli (37,1%) e fra quelle monogenitore (35,7%)”.
C’è possibilità, in Italia, di migliorare la propria condizione sociale? Nel 2009 – ha rilevato l’Istat –, il 62,6% degli occupati si trova in una classe sociale diversa da quella dei padri, un valore non diverso da quello del 1998. I tassi di mobilità assoluta più alti sono quelli delle donne (65,9% contro 60,6% degli uomini).
“A parità di classe di origine – si legge nel rapporto dell’Istituto nazionale di statistica –, un elevato titolo di studio del genitore favorisce la mobilità verso l’alto e tutela coloro che già partono da situazioni più vantaggiose. Infatti, fra i figli di operai urbani, hanno avuto maggiori probabilità di spostarsi verso la classe media impiegatizia quelli il cui genitore aveva un diploma superiore o un titolo universitario (37,3% rispetto al 30,8% dei figli di chi aveva studiato ‘al più fino alle medie’). Un basso livello di istruzione dei padri comporta una minore mobilità dei figli: rimane nella classe di origine il 45,0% dei figli di padri della classe operaia urbana con al più la licenza media.
Coloro che hanno genitori dirigenti, imprenditori o liberi professionisti rimangono più facilmente nella classe di partenza nei casi in cui il padre aveva un titolo di studio elevato (46,2% se con diploma o università, contro il 21,7% nel caso di istruzione non superiore alla scuola media).
L’Italia, pur avendo registrato un’alta mobilità assoluta, è un paese caratterizzato da una scarsa fluidità sociale. La classe sociale di origine influisce in misura rilevante sulla mobilità sociale, determinando rilevanti disuguaglianze nelle opportunità degli individui. Al netto degli effetti strutturali, tutte le classi (in particolare quelle poste agli estremi della scala sociale) tendono a trattenere al loro interno buona parte dei propri figli e i passaggi di classe sono tanto meno frequenti quanto più grande è la distanza sociale che le separa”.

 

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