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MasterChef: come ti cucino il pubblico

di Fabio Ferri

Prima della scorsa settimana non avevo mai visto MasterChef, ne avevo sentito parlare e avevo letto articoli al riguardo. Il solito, efficace, battage pubblicitario, sembrava. Gli afficionados con cui ne ho parlato erano i più insospettabili: le loro passioni solitamente sono lontane dai fornelli e molto vicine ad un campo di calcio. Anche per questo la mia curiosità è aumentata, e ho iniziato a vedere qualche puntata. E allora ho capito. MasterChef è la Champions League dei programmi di cucina in televisione.
Di programmi che parlano di cibo e ricette culinarie ce ne sono molti. Ce ne sono anche di game cook show: prendete ad esempio La prova del cuoco o meglio ancora Hell’s Kitchen, dove si fronteggiano due squadre di cuochi, più o meno provetti. Pur avendo successo, nessuno di questi programmi è riuscito ad avere lo stesso impatto mediatico di MasterChef. Analizzando meglio il format in onda sui canali di Sky (visibile anche sul canale del digitale terrestre Cielo), si possono notare piccole ma sostanziali differenze rispetto al resto dei manicaretti e pentole visibile sul teleschermo.

Gamification

Il gioco in MC è pregante, ogni fase della trasmissione viene rimarcata da più elementi: inquadrature, luci, stacchi musicali: soprattutto quando credi la prova sia finita, ecco che arriva un test successivo. In questo modo si creano due flussi, uno ascendente di suspence, durante la prova principale (spesso con due squadre che si fronteggiano) e poi di sorpresa vera e propria quando la prova diventa individuale (una gara all’ultimo raviolo della squadra sconfitta nella prova precedente). Ecco, adesso elimineranno qualcuno, si pensa. No c’è ulteriore prova, una selezione, che vede di volta in volta dimezzarsi il numero dei partecipanti ai vari test di abilità.
Il segreto forse è proprio questo, come per i videogame quando credi di aver battuto l’ultimo mostro, dietro l’angolo ne compare un altro ancora più forte. Il gioco quindi, prima di imparare a cuocere il cibo, l’homo sapiens ha imparato a giocarci.

Reality Game

Non basta però a spiegare il successo di MasterChef, che non parla solo di crema chantilly, e che al centro mette le personalità dei giudici e dei concorrenti. Le dinamiche comportamentali sono il piatto forte del format, un po’ come fu inizialmente pensato il Grande Fratello della Endemol. Quindi caratteri diversi che, messi dentro un pentolone, cuociono a fuoco lento. Ed ad ogni puntata viene aggiunto un po’ di sale e peperoncino. Il cibo però rimane al centro della scena, è il mezzo con cui le varie parti del gioco entrano in contatto tra loro. I concorrenti portano sullo schermo le loro storie e le loro abilità legate al cibo, questo significa che non sono degli incapaci sbattuti su di un’isola, e neppure dei professionisti: sono degli amatori, con delle esperienze particolari che entrano in competizione cercando di trascinare gli altri sul proprio terreno di battaglia. Sono dei tattici in questo, nel senso di De Certeau. Quello che però rende manifesta l’appartenenza del programma alla categoria, al tag, dei reality, sono le luci: “smarmellate” dall’alto; mentre le inquadrature ricordano molto i game show. È importante quello che prepari, ma lo è ancor di più come viene servito, impiattato: proprio perché è l’occhio che si vuole stimolare, eccitare.

Lacrime & risate

Tante spezie vengono usate in cucina, ma quelle più pepate e salaci sono i commenti dei giudici. Che davvero non risparmiano nessuno. Se il soufflè si affloscia, a tener su l’audience ci pensano loro con sferzante sarcasmo ed espressione disgustate nell’assaggiare un piatto in gara. Durante le puntate della selezione per scegliere i concorrenti, chi ha osato servire un misero e banale piatto di pasta al sugo se l’è vista scagliare contro il muro da un giudice del programma. Offeso (il giudice) perché il piatto non era degno di esser neppure visto, non diciamo assaggiato, dai suoi occhi.
Saranno gli antipodi, o meglio l’età, ma in Australia è tutto diverso.
Oramai nella spirale di MasterChef, ho iniziato a seguire anche la versione australiana di MC Junior, in cui partecipano dei bambini, tra i 10 e i 12 anni. Guardando questa versione, si capisce ancora meglio il format originale. Se la versione “senior”, per così dire, si basa su urla dei giudici e lacrime del malcapitato apprendista cuoco, la versione junior le lacrime sono viste peggio che di una frittatina di asparagi bruciata. Un bambino, dimentico di accendere il forno del suo arrosto (la complessità dei piatti non diminuisce in base all’età), era quasi sul punto di piangere: i giudici, in sintonia con un programma per bambini, sono corsi a rassicurare che comunque anche se oltre il tempo massimo avrebbero assaggiato quello che stava cucinando. Qui quello che si cerca sono i salti di gioia, i sorrisi, dei mini concorrenti. Al di là di questo episodio Junior MasterChef presenta dei piccoli cuochi provetti; che anche se sospetti di essere stati addestrati ad hoc solo per questo programma fin da quando son nati, non hanno nulla da invidiare a tanti chef, in televisione o nei ristoranti. Un consiglio, citando Giovannino Guareschi: lasciate che i bambini facciano i bambini. Perché, aggiungo, arriverà il momento di confrontarsi con il gioco a premi della vita, e sicuramente troverete un capo chef che gongola a farvi scoppiare in lacrime perché la vostra mousse non è abbastanza densa.

 

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