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Il bello di essere “pop”

di Giampiero Francesca

Moderno, civile, evoluto, libero. Da Quelli che il calcio (1993-2001) a Anima mia (1997) fino ai più recenti Che tempo che fa (2003 – in corso) o Vieni via con me (2010) la spirito di Fabio Fazio ha sempre incarnato questi principi fondamentali. Principi che hanno finalmente permeato anche una delle più solide e tradizionali istituzioni della nostra televisione, il Festival di Sanremo.
Ci aveva già provato, nelle edizioni del 1999 e del 2000, a stravolgere, rinnovare quel rito popolare, quella cerimonia laica, che è, volente o nolente, il festival della canzone italiana. Con il suo stile di conduzione, volutamente impacciato e imbarazzato, Fazio aveva calcato il palco dell’Ariston, portando una ventata di freschezza e naturalezza nelle due passate edizioni. Una classe che aveva ripagato, in termini di ascolti e critica, la scelta di chi lo aveva selezionato per questo delicato ruolo. Ma la maturazione del conduttore ligure non era evidentemente ancora arrivata al culmine del suo sviluppo. I travolgenti exploit delle sue ultime trasmissioni, i riconoscimenti ricevuti, la scoperta di una sorprendente Luciana Littizzetto, vera show-woman, dovevano infatti ancora aggiungere alle sue idee la forza della sicurezza in sé. Una sicurezza che ora caratterizza il timbro di Fabio Fazio, e che gli consente di mettere in scena momenti quasi surreali, più simili ad un film di Wes Anderson che ad una serata di Sanremo. Come definire altrimenti il duetto suo e della sua compagna di avventure sulle note di Vattene amore di Amedeo Minghi e Mietta?
Se lo stile di Fazio è dunque una delle caratteristiche principali di questa sessantatreesima edizione del Festival, la presenza di Luciana Littizzetto, autentica co-conduttrice, è forse l’aspetto più inatteso. La poliedrica attrice torinese ha infatti mostrato un’inaspettata capacità di gestire il palcoscenico e i ritmi della trasmissione; un’attitudine che va ben oltre i suoi consueti monologhi e la sua sua abilità, già ampiamente dimostrata, di cambiare registro in modo spontaneo e repentino. Anche lei perfettamente a suo agio con l’atmosfera quasi spaesata della conduzione, la Littizzetto ha portato a Sanremo, con la sua bravura e professionalità oltre che con le parole, la più efficace dimostrazione dell’infondatezza di ogni pregiudizio nei confronti dell’universo femminile. Non più spalla, non più valletta, non più semplice abbellimento del maschio conduttore, ma presenza attiva, motore dell’azione e del programma. Questo Sanremo è un festival guidato saldamente a quattro mani, non una questione per un uomo solo al comando. Un festival moderno, civile, evoluto e libero.
Se si guarda poi alla struttura del format, tradizionale e al tempo stessa innovativa, alla scelta degli ospiti, alla selezione stessa dei cantanti e delle canzoni, non si può che applaudire al coraggio degli autori e delle loro idee. Come già era accaduto nelle edizioni del 1999 e del 2000 Fazio porta nuovamente sul palco di Sanremo la parte migliore della cultura nazional-popolare, dimostrazione concreta che il pop, anche da noi, può essere sinonimo di bellezza e intelligenza e non di becero qualunquismo. In un contesto del genere finanche l’omaggio ad Al Bano, tenero e quasi malinconico nella sua interpretazione imperfetta di E’ la mia vita, assume un significato diverso. E’ ancora una volta l’atmosfera di naturalezza e semplicità a fare la differenza, a circondare il duetto del cantante di Cellino San Marco e Laura Chiatti, trasformandolo, per usare un’altra citazione cinematografica, in una scena da primo Almodovar. Bisogna esser molto moderni per capire e dosare con gusto anche ciò che è retrò. Così come bisogna esser liberi e moderni per non cedere completamente alle lusinghe (e alla forza) del mercato discografico, concedendo sì la passerella ad artisti come Marco Mengoni o i Modà, o alle talent-girl Annalisa e Chiara, ma riportando a Sanremo Elio e le storie tese, o selezionando artisti come gli Almamegretta o i Marta sui Tubi. Al di là del successo (scontato) proprio dei brani più gettonati, e non ce ne vogliano, banali, resteranno, musicalmente parlando, il genio de La canzone mononota, l’intelligenza de La prima volta (che sono morto) di Simone Cristicchi, i mai deludenti Max Gazzè e Daniele Silverstri.
E’ bello, in un periodo tanto critico e delicato per il nostro paese, guardare i dati di ascolto, e leggere, una volta tanto con soddisfazione, di milioni di persone che hanno assistito ad uno spettacolo televisivo, lo spettacolo di questo Sanremo. E’ bello, sì. E’ bello poter credere, poter sperare che la nostra Italia non sia quella che sempre più spesso ci appare dalle pagine dei giornali o degli scandali di ogni giorno. E’ bello poter pensare che il nostro paese, che noi tutti, si sia proprio come questa edizione del Festival; moderna, civile, evoluta, libera.

 

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