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La dura vita dei ricercatori italiani

di Mirko Spadoni

Molti Paesi concepiscono la ricerca scientifica come uno strumento per migliorare e rafforzare la propria competitività, fattore quanto mai determinante nel difficile contesto economico dei giorni nostri. Eppure, qui in Italia, c’è chi dimostra di non capire quanto possa essere fondamentale per la sopravvivenza di un’economia investire sul settore della ricerca.
Basti pensare che gli investimenti in tale ambito, come denuncia l’Eurispes nel suo Rapporto Italia 2013, “sono calati con un’accentuata progressione negli anni”. Infatti, analizzando i dati Istat si evince che rispetto al Prodotto interno lordo italiano nel 2010 è rimasta invariata la percentuale di spesa per la ricerca e lo sviluppo, ancora ferma all’1,26%.
Secondo i dati Istat, la spesa per R&S intra – muros sostenuta da imprese, istituzioni pubbliche, istituzioni private non profit e Università nel 2010 ha registrato un aumento del 2,2% in termini nominali e 1,8% in termini reali rispetto al 2009.
“Sono soprattutto le istituzioni private non profit (+12,1%) e le istituzioni pubbliche (+6,5%) ad investire di più rispetto alle imprese (+3,3%); al contrario, in ambito universitario il dato assume valenza negativa (-2,8%)”.
Gli investimenti sono fortemente condizionati da diversi fattori: “La recente indagine Tecnè – si legge nel Rapporto Italia 2013 – mette in luce, partendo dai dati Istat, la riduzione degli investimenti in ricerca e sviluppo nel 2011 (-1,6%) rispetto all’anno precedente, conseguenza dei tagli al settore pubblico, alle Università e alle imprese”.
Nel triennio 2009 – 2011 la spesa media dedicata alla ricerca è stata di 19,3 miliardi di euro: il 52,9% degli investimenti è pervenuto alle imprese, il 30,3% dalle Università, il 13,4% dalle Istituzioni pubbliche ed infine il 3,4% dalle istituzioni non profit.
In Italia, quindi, si investe sempre meno e tutto questo comporta un serie di reazioni a catena: la riduzione del numero dei ricercatori e “la costante migrazione dei cervelli”, ad esempio.
Secondo un’analisi condotta dall’Istat nel 2012 “sull’inserimento professionale dei dottori di ricerca”, “tra coloro che hanno conseguito in Italia il titolo negli anni 2004 – 2006, oltre il 7% nel 2010 si è trasferito all’estero, mentre il 13% ha dichiarato di emigrare entro un anno”.
In totale nel Belpaese, sono 225.632 le unità impegnate in attività di ricerca, un numero in calo dello 0,4% rispetto alle rilevazioni condotte tre anni fa, nel 2009. I ricercatori a tempo pieno, invece, sono stati 103.424.
Chi vuole offrire il proprio contributo alla ricerca scientifica ha più possibilità di trovare un impiego nelle imprese (2,2%) e nelle Istituzioni pubbliche (2,7%), mentre risulta più difficile essere assunti da istituzioni private no profit (19,7%) e nelle Università (3,5%).
L’Italia non offre quindi le giuste opportunità e, soprattutto, i giusti mezzi per poter condurre attività di ricerca. E così accade che i ricercatori italiani decidano di emigrare all’estero, dove le condizioni di lavoro sembrano essere migliori. In particolare, un sondaggio pubblicato sul Dossier Italiani nel Mondo 2011 e condotto sui 2.000 ricercatori italiani all’estero, iscritti nella banca dati DA VINCI, rileva come la maggior parte dei ricercatori interpellati abbia ottenuto incarichi di rilevo e non sia intenzionata “ragionevolmente” a ritornare nel Belpaese (63%). “Sono – si legge nel Rapporto Italia 2013 – principalmente professori ordinari, ricercatori senior, direttori di ricerca o docenti, pochi sono invece i titolari di assegni di ricerca”.
Ma i ricercatori non sono gli unici a decidere di emigrare e lasciare l’Italia. Infatti, negli ultimi anni, si è registrato un aumento delle partenze di giovani laureati “per proseguire la formazione o per intraprendere un percorso professionale all’estero”, nel 2002 erano l’11,9% del totale, mentre nel 2011 sono saliti al 27,6%.
Negli ultimi nove anni, secondo il rapporto Istat Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente è “sostanzialmente” triplicato il numero dei laureati che ha lasciato il Belpaese. Mentre il numero di emigranti italiani di 25 anni e più è passato da 29 a 39 mila unità.
Ma quali sono le mete preferite dai giovani laureati italiani? Nelle prima quattro posizioni troviamo Regno Unito (11,9%), Svizzera (11,8%), Germania (11%) e Francia (9,5%).
Ma chi emigra all’estero decide, a volte, di tornare in Italia. Tra questi circa il 12,8% rientra dalla Germania, l’11% dal Regno Unito, il 9,6% dagli Stati Uniti e il 7,6% dalla Francia.
Tutti gli altri preferiscono, invece, restare all’estero e il loro contributo è sorprendente. In tutto sono 243 i brevetti importanti realizzati dai cinquanta migliori ricercatori italiani registrati fuori dai nostri confini nazionali. “Secondo uno studio dell’Istituto per la Competitività (ICom) si tratti di un valore di 1,2 miliardi di euro destinato a crescere nei prossimi anni”.
Un danno enorme e che rischia, viste le condizioni attuali, di assumere proporzioni sempre più grandi. “Secondo alcune stime, se l’andamento dei flussi in entrata e in uscita rimarrà tale, entro il 2020 potrebbero lasciare il l’Italia 30.000 ricercatori, riuscendo di contro ad attrarne solo 3.000”.
C’è poco da sorridere, perché anche nel caso in cui un ricercatore straniero decidesse di venire in Italia, il nostro sistema “non sembra – denuncia l’Eurispes – in grado di recepire professionalmente” queste “risorse preparate e formate anche ad alti livelli”.

 

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