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L’addio alla sua Chiesa

di Rosalba Teodosio

Quanti dicono che Benedetto XVI si ritirerà da oggi ad una vita di silenzio non conoscono la potenza della preghiera. C’è stata ieri l’ultima udienza generale del Papa in una piazza San Pietro gremita da almeno 200 mila fedeli. E l’addio è stato un lungo abbraccio. Un discorso che ha attraversato gli otto anni di pontificato e si è premurato di ringraziare e ricordare tutti coloro che “con generosità e amore a Dio e alla Chiesa, mi hanno aiutato e mi sono state vicini”. Innanzitutto, i “cari Fratelli Cardinali”; i suoi Collaboratori, a partire dal Segretario di Stato; la Segreteria di Stato e l’intera Curia Romana;  “i Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, le persone consacrate e l’intero Popolo di Dio”. Perché un “Papa non è solo nella guida della barca di Pietro, anche se è sua la prima responsabilità; e io non mi sono mai sentito solo nel portare la gioia e il peso del ministero petrino” – ha detto Benedetto XVI.
Un discorso commovente e commosso, dalla paterna dolcezza e dal fermo vigore. A chi gli aveva opposto, magari criticandolo, la frase di Giovanni Paolo II – “Dalla croce non si scende” -, Joseph Ratzinger ha ribadito: “Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro”.
La sua non è sembrata la serenità di chi si sta per liberare di un peso; piuttosto la pace di colui che ha ritrovato la dimensione più intima, più confacente, che riconosce ancora la propria vocazione e trova il coraggio di pronunciare un nuovo sì a una nuova chiamata. Senza scordare quel giorno, richiamato ieri più volte nel lungo discorso: “Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai. E il Signore mi ha veramente guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza”. Anche se – il Papa non lo nega – non sono mancati i momenti bui, e le “notti dell’anima” si sono alternate ai “giorni di sole e di brezza leggera”.
Oggi si compirà la storia, dunque. Alle 17 Benedetto XVI lascerà Città del Vaticano per trasferirsi, inizialmente, a Castel Gandolfo. Lì vestirà la talare bianca, senza più la nota mantellina rossa, e porterà le scarpe marroni a lui donate dagli artigiani di Leon in Messico. Dalla mano sfilerà l’anello del pescatore e tornerà a indossare quello vescovile. Una storia che prima di tutto si compie nei simboli.
Potrà essere chiamato – lo ha chiesto lui stesso – Papa Emerito o Romano Pontefice Emerito. Resterà comunque Sua Santità, anche dopo che l’attesa fumata bianca avrà annunciato il nuovo successore di Pietro. Due macchie bianche, per la prima volta.
Uomini, strumenti.
E d’altronde, Benedetto XVI sa bene “che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua e non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto”. E certamente, lui rientra in questo disegno, la sua scelta ne è parte e, anzi, rappresenta la volontà stessa di Dio.
Un passo cui la Chiesa si è preparata, che il popolo ha imparato a comprendere, che lo stesso Ratzinger ha nuovamente spiegato: “Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma anche con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi”.
“Santo Padre ti vogliamo bene, prega per noi”. “L’incredibile libertà di un uomo afferrato da Cristo”. “Tu sei Pietro e noi giovani ti amiamo”. “Per la pace un fiore…una terra…una storia…” Sono solo alcuni degli striscioni che hanno colorato piazza San Pietro ieri. Lacrime e sorrisi hanno accompagnato la voce tremante di Benedetto XVI. Il sole ha illuminato Roma.
“Vi ringrazio – ha detto il Papa – di essere venuti così numerosi a questa ultima Udienza generale del mio pontificato. Grazie di cuore, sono veramente commosso e vedo la Chiesa viva”.
Quella Chiesa viva saluta il suo pastore, con la certezza che mai potrà scordarne le opere, e le parole, e l’esempio. E il dono dell’addio.

 

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