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Quando un secondo film può rovinare il primo

di Martina Marotta

benvenuti_al_nordCi siamo, Hollywood ci casca ancora. Sembra di assistere alla messa in scena di telefilm, ma purtroppo questo è cinema. Da fabbrica dei sogni a fabbrica a scopo di lucro: sono infatti moltissimi i titoli di film annunciati che faranno da sequel ai loro fortunati predecessori, da Kung Fu Panda 3 a Fast and Furious 7, passando per i film sui supereroi quali Iron Man 3 e The amazing Spiderman 2.
E se il sequel non è abbastanza, si parla di remake, e un esempio lampante ne è La casa, tratto dal fortunatissimo horror omonimo del 1981 di Sam Raimi.
Tralasciando quei film dove i sequel erano già premeditati dall’inizio (vedi la trilogia di Ritorno al futuro di Robert Zemeckis o quella di Matrix), o che sono tratti da saghe di libri (come Il signore degli anelli o Harry Potter), è davvero necessario creare sequel?
Il più delle volte no.
Prendiamo come esempio il film de La Mummia del 1999: remake più recente di un film del 1932, carino, divertente, e all’epoca fu un gran successo. Proprio a causa di questo successo, se n’è fatto un seguito, simpatico, e ancora un altro, dove neanche il no dell’attrice protagonista degli altri due (Rachel Weisz) ha fermato la produzione, facendola rimpiazzare con un’altra attrice e trasformando il film in una bieca parodia della prima pellicola.
E che dire dei film d’animazione per bambini? Nuova è la notizia di un sequel di Alla ricerca di Nemo, che stavolta seguirà le vicende della pesciolina Dory, ma negli ultimi anni i più piccoli si ricorderanno anche di film più o meno noti (da cui appunto sono stati tratti dei sequel) quali Shrek, Cars, Cenerentola, La sirenetta, persino il Gobbo di Notre Dame. Ai bambini questo tipo di sequel non può che far piacere, figuriamoci ai produttori di tali film, le cui tasche sono sempre stracolme di soldi!
Un caso ancor più eclatante è il nuovo film di Peter Jackson “Lo hobbit”, che il regista ha deciso di suddividere in tre film nonostante non fosse necessario (il libro è lungo ‘solo’ 342 pagine, la stessa quantità di pagine che hanno La compagnia dell’anello, Le due torri e Il ritorno del re presi singolarmente, per intenderci), spacciandolo come un modo per trasporre meglio il libro, ma sulla nobiltà di tale gesto prevale il sospetto di un’operazione più che altro commerciale.
Abbiamo parlato di come se la passa Hollywood, ma anche in Italia non va meglio. Oltre a fare i nomi dei cinepanettoni, che non sono veri e propri sequel ma piuttosto un continuo riciclo “spazzatura” di battute e trama, le case di produzione italiane cavalcano l’onda dei boom cinematografici degli ultimi anni, sfornando i sequel di Immaturi, Lezioni di cioccolato, Benvenuti al sud, Maschi contro femmine, Manuale d’amore (nella cui ultima pellicola, per attirare più gente, hanno coinvolto anche l’attore americano Robert de Niro).
Insomma, per rendere un sequel un buon prodotto sarebbe semplicemente necessario renderlo un prodotto di qualità a sé, senza volere a tutti costi ricalcare il successo del precedente, inutile intestardirsi.
Ma così vuole anche lo spettatore medio: essere felice di abboccare all’amo.

 

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