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È il lavoro autonomo a pagare il prezzo più alto

UOMO AL PCTra recessione e austerity, i lavoratori autonomi sono la fascia che, proporzionalmente, ha pagato il conto più salato di questi cinque anni di crisi, perdendo sul campo 416mila posti di lavoro e bruciando 68 miliardi di reddito disponibile. Un dato, quest’ultimo, che fa virare in negativo l’intero reddito primario nazionale (-30,9 miliardi)”.
L’analisi è di Confesercenti che, in occasione del Primo Maggio, momento della riflessione sul tema del lavoro, lancia l’allarme per gli autonomi, composti in larga parte da piccoli e micro imprenditori e schiacciati tra fisco e recessione, chiedendo l’intervento dell’Esecutivo. “Dalle autorevoli dichiarazioni rilasciate da più di un ministro – scrive la Confederazione – il nuovo Governo dimostra di riconoscere l’esigenza di ridurre la pressione fiscale attraverso un piano di tagli della spesa pubblica inefficiente e improduttiva, come Confesercenti suggerisce da anni. L’augurio è che i tagli siano portati avanti in modo rapido e coraggioso: secondo le nostre stime, si possono liberare 70 miliardi di euro”.
Gli effetti della crisi sul lavoro autonomo si fanno sentire a partire dalle molte chiusure di attività in proprio e dai conseguenti effetti sull’occupazione.
Dal 2008 al 2012, il settore ha perso 416mila posti di lavoro: si tratta di quasi un terzo degli 1,3 milioni di posti bruciati complessivamente a livello nazionale, un “sacrificio”, proporzionalmente più elevato rispetto al lavoro dipendente. Nello stesso periodo, il fisco non ha certo agevolato il contenimento degli effetti della crisi: anzi, la già alta pressione fiscale è aumentata ulteriormente di 1,3 punti.
Il mix di crollo occupazionale, recessione e aumento della pressione fiscale ha determinato, nel periodo preso in esame, una pesante diminuzione dei redditi primari. Nel solo 2012, l’ammontare dei redditi “smarriti” rispetto all’anno immediatamente precedente l’inizio della crisi economica (2007) è risultato pari a quasi 16 miliardi; la metà della perdita complessiva (31 miliardi) accumulata, anno dopo anno, nel quinquennio. Particolarmente pesante la flessione dei redditi primari da lavoro autonomo: 67,8 miliardi nel quinquennio, un terzo dei quali concentrato nel 2012. Un dato che trascina giù l’intero reddito primario nazionale: nello stesso periodo, infatti, quello da lavoro dipendente cresce di 13,9 miliardi.
Per interrompere la spirale della recessione, è l’opinione di Confesercenti, “servono interventi diretti a favorire la ripresa dell’occupazione e la crescita dei redditi delle famiglie, che rappresentano una priorità per la politica economica. La rimodulazione dell’Irpef – continua la Confederazione– è necessaria e urgente. In particolare bisogna azzerare il drenaggio fiscale conseguente all’ultima riforma (2007); così come dobbiamo fissare precisi paletti all’aumento delle addizionali regionale e comunale della stessa Irpef; occorre poi non solo dare lo stop all’aumento dell’aliquota Iva ordinaria, che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo mese di luglio, ma ritornare al 20%. Nello stesso tempo, al Governo chiediamo interventi necessari per contenere i costi del sistema produttivo: dalle semplificazioni amministrative, alle misure a più diretto impatto sui bilanci delle imprese (riduzione dell’IMU sugli immobili destinati alle attività produttive; riduzione dell’Irap; abbattimento degli oneri sociali)”. “Si tratta – continua Confesercenti – di misure imponenti e nell’immediato onerose per la finanza pubblica. Ma come abbiamo ripetutamente evidenziato, le risorse necessarie possono essere trovate attraverso un programma di tagli alla spesa. Da tempo abbiamo avanzato una proposta precisa alle forze politiche per cambiare rotta e che si basa su un deciso taglio della spesa pubblica improduttiva e dei moltissimi sprechi per 70 miliardi di euro. Un intervento di tale portata darebbe finalmente al Paese e ai mercati un segnale immediato di vero cambiamento”.

(fonte: Confesercenti)

 

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