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Cosa sta succedendo in Turchia

Intervista a Giorgio Del Zanna, docente di Storia dell’Europa Orientale all’Università Cattolica di Milano
di Mirko Spadoni

erdogan_turchiaÈ stata per diversi anni la tigre del Vicino Oriente, ma qualcosa ora sembra essersi inceppato. La Turchia, da un decennio sotto il controllo dell’AKP (Partito per la giustizia e lo sviluppo), sta vivendo momenti delicati: i suoi giovani sono scesi in piazza e si scontrano con le forze dell’Ordine. Dapprima, sembrava che i manifestanti protestassero contro la chiusura del Gezi Park, un parco nel centro di Istanbul. In seguito, i motivi della protesta sono aumentati e così chi scendeva in piazza lo faceva per contestare la nuova legge che vieta il consumo di alcolici dalle 22 alle 6 del mattino. La situazione è poco chiara, almeno ai nostri occhi. Quel che emerge è l’uso della violenza spropositata della repressione, che ha già fatto le prime vittime (tre, al momento), i primi feriti (oltre 4000 di cui 43 molto gravi) e i primi arresti (migliaia). E la situazione non sembra destinata a migliorare, almeno nel breve periodo. Per capirne qualcosa di più, T-Mag ha contattato Giorgio Del Zanna, docente di Storia dell’Europa Orientale all’Università Cattolica di Milano.
“La protesta – spiega Del Zanna – nasce dalla legge che vieta di bere alcol. Una legge, diciamo, decisamente discutibile e che sta suscitando molte proteste e la reazione dei più giovani. Perché proprio i giovani? Perché vengono da dieci anni di democrazia, sono nati e cresciuti vivendo in un Paese a stretto contatto con le democrazie globali. Questa è poi una legge che intercetta la sensibilità laica da sempre presente nella cultura turca. Anche se dobbiamo tenere conto di un aspetto: esistono più Turchie, quella dei piccoli paesi e quella dei grandi centri urbani. Sono proprio quest’ultimi (Ankara, Istanbul e Smirne, ad esempio) che si stanno ribellando. Si parla quindi di quasi un terzo della popolazione turca”.
In tanti hanno visto una relazione tra quanto accaduto in molti Paesi arabi e quanto sta accadendo in Turchia. Spesso a sproposito: “Trovo che sia una connessione assolutamente fuori luogo”, sostiene Del Zanna.
“Perché ci sia la primavera, è necessario che prima ci sia un inverno. E in Turchia – spiega il professore – questo non ci è stato. O meglio, ci è stato in passato. Ricordiamo che la Turchia viene da tre colpi di Stato militari, da regimi dove l’esercito aveva una forte influenza. Non si capisce di quale primavera si possa parlare, la primavera turca è iniziata dieci anni fa. Quando incominciò il processo di democratizzazione della Turchia. Siamo solo di fronte ad una reazione di una parte della società civile nei confronti di una legge vissuta come un passo indietro rispetto a quanto conquistato nell’ultimo decennio”.
L’imposizione della norma che vieta il consumo di bevande alcooliche dalle ore 22 alle 6 del mattino non è quindi il primo passo verso l’instaurazione di una Repubblica islamica? “Per quello che vedo io, non siamo di fronte ad alcun processo di islamizzazione. Del resto, la Turchia è un Paese dove il 98% della popolazione è di fede musulmana. Anche se è necessario fare delle precisazioni: la cultura turca è una cultura fortemente laicista. Erdogan ha introdotto la legge che permette di indossare il velo islamico, ma nessuna donna è costretta ad usarlo. Questa legge contro l’uso dell’alcol, invece, è in questo senso un pochino più audace. Ma siamo molto, molto lontani dall’instaurazione di un regime islamico. Del resto, in Turchia esiste un sistema multipartitico. Il popolo è libero di dire ciò che vuole, la libertà di espressione è diffusa. La società civile è molto vivace. Le proteste di questi giorni ne sono una prova evidente. L’unica cosa che in questi giorni stona: è l’uso eccessivo della forza da parte della polizia. Assolutamente da condannare”.
Quindi una cosa è certa: “Non è possibile paragonare la Turchia a nessun altro Paese della regione. Qui esiste una società civile molto vivace, cosa che in altre nazioni è totalmente assente”.
La Turchia rappresenta un caso unico nel suo genere, “un Paese in grande crescita – spiega Del Zanna – e che nonostante si trovi in una regione storicamente difficile, è riuscito a darsi una grande stabilità”.
Stabilità fondamentale che gli ha permesso, nonostante la crisi economica, di procedere a grandi passi: nel 2010 e nel 2011, mentre l’Europa affannava, il Pil turco cresceva ad un ritmo elevatissimo (+9,0% nel 2010 e 8,5% nel 2011). Un trend che tuttavia ha subito un brusco arresto nel 2012, quando il Prodotto interno lordo si è attestato a quota +2,3%. Un dato positivo se paragonato a quanto si registra in altre parti del globo, ma che per la Turchia rappresenta una delle prestazioni peggiori dell’ultimo decennio.
“Parliamo – sottolinea comunque il docente della Cattolica di Milano – della tredicesima economia mondiale, che attorno al 2023 riuscirà ad entrare nelle prime dieci posizioni. Un Paese giovane demograficamente e che comincia ad acquisire una maggiore consapevolezza dei proprio mezzi. La Turchia, in sostanza, è decisa a sviluppare una politica che si rivolga al centro Asia, ai Balcani, al Mediterraneo. Sta acquisendo fiducia in se stessa, tutto questo può essere un bene così come può essere un male. Dipende sempre da quale indirizzo prenderà questa dinamica e saranno i turchi a deciderlo. Ma sta anche a noi, intesi come Unione europea, nel futuro prossimo dovremo cercare di approfondire le nostre conoscenze sulla Turchia. Dovremmo – conclude Del Zanna – avere meno paura di loro”.

 

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