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Cultura e imperativi della sicurezza

Between a rock and a hard place. Barack Obama e il Datagate
di Gianluca Pastori

barack_obamaNel corso delle ultime settimane, una serie ripetuta di ‘passi falsi’ ha messo in evidenza la (presunta) vulnerabilità dell’amministrazione Obama su varie questioni legate alla sua ‘caratura democratica’ e, più in generale, al delicato argomento dei rapporti fra potere e cittadini. Le rivelazioni di Edward Snowden – ‘la talpa della NSA’ – sull’esistenza e l’attività del programma ‘Prism’ per la sorveglianza delle comunicazioni elettroniche in transito attraverso i server di una serie di società-chiave del settore, rappresentano solo l’ultimo anello di una catena che può essere agevolmente percorsa a ritroso, dalle difficoltà attuali sino alle scelte contestate che pure hanno punteggiato anche il ‘periodo aureo’ del primo insediamento del ‘Presidente del cambiamento’. Come molti suoi predecessori, anche il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti si è, infatti, trovato spesso, negli anni, preso fra l’incudine della libertà e il martello della sicurezza. Questa tensione strutturale non rappresenta né un prodotto diretto degli eventi dell’11 settembre (2001) e della spinta alla securizzazione che essi hanno determinato, né il risultato di una pervasività tecnologica, che avrebbe fatto della SIGINT (signal intelligence) e del data mining i cardini del sistema di intelligence nazionale.

Nonostante le attese che – fra la fine del 2008 e gli inizi del 2009 – hanno caratterizzato l’insediamento alla Casa Bianca del successore di George W. Bush, l’amministrazione Obama ha dimostrato presto la sua volontà di muoversi in sostanziale continuità con quella del suo predecessore (almeno rispetto ai temi legati alla sicurezza nazionale), pur cercando di riassorbire le più evidenti anomalie prodotte dalla normativa approvata dopo gli attacchi alle Torri gemelle. Ciò spiega, fra l’altro, perché il nuovo Presidente abbia de facto confermato – al di là dei caveat e le critiche che la scelta ha sollevato, soprattutto fra le associazioni per la tutela dei diritti umani – la pratica delle extraordinary renditions; perché abbia prolungato l’attività del centro di detenzione realizzato presso la base militare di Guantánamo per i ‘combattenti irregolari’ catturati dalle forze statunitensi nell’ambito della ‘Global War on Terror’ (GWOT), e perché abbia sanzionato, in diverse occasioni, fra il 2010 e il 2011, la validità di una parte (peraltro contestata) delle disposizioni contenute nello USA PATRIOT Act del 2001; ciò senza contare la problematica decisione di elevare a scelta strategica l’utilizzo dei droni (UAV) nel quadro delle operazioni ancora in corso nel teatro afgano-pakistano.

La dialettica libertà/controllo rappresenta un tratto caratteristico della storia politica e sociale degli Stati Uniti, la cui portata è destinata ad acuirsi nei periodi di crisi, come è – per molti punti di vista – quello che l’amministrazione Obama sta attraversando. Ad alimentare (e a complicare) questa dialettica interviene, inoltre, l’identificazione di due categorie in sé idealtipiche con le realtà concrete dell’individuo e dello Stato. In questa prospettiva, la sfida di Snowden e la sua rivendicazione di americanità (‘Non sono un traditore, né un eroe. Sono un americano’), sebbene contestate da una parte della stessa opinione pubblica statunitense, s’inseriscono (come, per altri aspetti, quelle di Wikileaks e del suo co-fondatore, Julian Assange) in una tradizione libertaria e di controllo dal basso in cui si radica anche (seppure con un altro grado di elaborazione) il richiamo wilsoniano alla ‘diplomazia aperta’ e il rigetto contestuale delle pratiche di cancelleria europee, in nome di ‘[p]ubblici trattati di pace, conclusi apertamente, dopo i quali non vi saranno più accordi internazionali privati di qualsivoglia natura’, e di una diplomazia che – per essere controllabile e responsabile di fronte al ‘tribunale dell’opinione pubblica’ – ‘procederà sempre francamente e pubblicamente’.

Ovviamente, il peso di questa tradizione – così come il peso relativo delle due dimensioni della libertà e del controllo – è variato nel corso degli anni, spesso in modo significativo. Allo stesso modo, nel corso degli anni, sono variati la portata semantica delle diverse espressioni, e il grado di tolleranza sociale nei confronti di quelle che, di volta in volta, hanno rappresentato le potenziali ‘pratiche invasive’ dello Stato nella sfera della libertà individuale. Nel cinquantennio grossomodo compreso fra gli inizi del New Deal, nella prima metà degli anni Trenta, e la ‘rivoluzione reaganiana’ dei primi anni Ottanta, questo grado di tolleranza sembra essere cresciuto, proprio in nome di un trade off positivo fra sicurezza e libertà ben rappresentato nella fusione dei due concetti che si realizza nel discorso sulle ‘quattro libertà’ di Franklin D. Roosevelt (6 gennaio 1941). Più recentemente, il pendolo sembra avere invertito la sua corsa, da una parte trasformando la battaglia per lo ‘Stato minimo’ nel metro di misura della credibilità politica non solo di un movimento esplicitamente ‘di protesta’ come il Tea party, ma anche di figure mainstream del Partito democratico, dall’altra contribuendo riportare il concetto di ‘sicurezza’ entro di un quadro di riferimento rigidamente ‘hard’.

Gli eventi dell’11 settembre (2001) e le reazioni che essi hanno comportato non hanno alterato l’essenza di questo rapporto. In maniera apparentemente paradossale, essi hanno finito, piuttosto, per alimentare il ruolo centrale (nel discorso retorico) dell’individuo e della sua libertà, pur entro un quadro normativo che ha accentuato l’invasività del controllo statale e rafforzato l’autonomia/discrezionalità del potere esecutivo e delle agenzie che da esso dipendono. Giustificate come prodotto di una situazione emergenziale, le crescenti esigenze di controllo si sono imposte quale precondizione alla libertà e alla sicurezza dei singoli, inaugurando una nuova fase nella dialettica fra le due componenti e, al contempo, mettendo in crisi il rapporto biunivoco fra libertà individuale e ‘Stato minimo’ che ha tradizionalmente rappresentato uno dei cavalli di battaglia del ‘vecchio’ Partito repubblicano. Questo tratto, che ha attraversato come un filo rosso i due mandati di George W. Bush, è stato ripreso in modo più o meno consapevole dal suo successore, in parte come prodotto di una sorta di ‘isteresi istituzionale’, in parte come scelta consapevole, alle luce di quelli che la nuova amministrazione ha continuato a considerare interessi permanenti della sicurezza nazionale statunitense.

Va de sé che l’impatto di questi processi appare particolarmente forte per una amministrazione come quella di Barack Obama, le cui molte (troppe?) promesse si sono progressivamente impantanate, diluendosi prima fra i lacci delle difficoltà economiche, poi nelle necessità della gestione quotidiana del potere. C’è forse un fondo d’ironia (se non di nemesi) nel fatto che proprio il mondo dei ‘nuovi media’ (che Obama ha spesso cavalcato con successo) si stia oggi dimostrando, per il Presidente, un’inattesa fonte di problemi. Ciò, tuttavia, non fa che esprimere in maniera iconica il progressivo indebolimento di una Casa Bianca che – specie nella prima parte di questo secondo mandato – appare ancora in cerca di una propria identità sul piano interno come su quello internazionale. Il brusco spostamento di focus dall’Asia al Medio Oriente; il basso profilo tenuto in occasione delle ‘tensioni nucleari’ in Corea del Nord; le incertezze nella gestione della crisi siriana; la sempre più chiara volontà di disimpegno dal problematico teatro afgano, costituiscono, oggi, per Washington, altrettanti fronti caldi non solo e non tanto nel campo della sicurezza nazionale, quanto soprattutto in quello di una ‘guerra di credibilità’ di cui il ‘Datagate’ è solo una delle battaglie.

Gianluca Pastori è Professore aggregato di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.

 

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