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Disoccupati: non basterà una “ripresina”

di Carlo Buttaroni

disoccupazione_crisiNell’ultimo anno, il tasso di disoccupazione nei 17 Paesi dell’Eurozona è cresciuto al 12,2%, con punte che vanno dal 27% della Grecia al 5% dell’Austria. Nel complesso, i senza lavoro sono quasi 20 milioni. Cifra che sale a 26 milioni se si considerano tutti i Paesi membri dell’Unione europea. Un problema dalle dimensioni enormi, che ha alzato molto l’attenzione e le aspettative nei confronti del vertice europeo del 28 giugno, dove i leader europei hanno scelto di finanziare un piano straordinario per l’occupazione. I 9 miliardi destinati al fondo per l’occupazione, se ben utilizzati, possono generare tra i 700 e gli 800 mila nuovi posti di lavoro. Ma questi numeri apparentemente alti non traggano in inganno, perché per riportare il tasso di disoccupazione ai livelli di un anno fa serviva una posta almeno doppia, mentre per tornare ai livelli pre-crisi servivano 10 volte le risorse impegnate. In ogni caso, il segnale c’è stato. E l’Italia ha giocato bene la sua partita a livello europeo. Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha vinto una sfida per nulla scontata, con l’aumento della dotazione economica del fondo per l’occupazione (da 6 a 9 miliardi) e una crescita della quota destinata all’Italia (un sesto del totale, pari a 1,5 miliardi). Al termine del vertice, il presidente del Consiglio ha cercato di infondere ottimismo. Peccato che il premio fosse così basso. Poco, comunque, è sempre meglio di niente. L’importante è averne consapevolezza, non fosse altro per non alimentare speranze che rischiano di rimanere deluse. Anche perché le previsioni economiche per l’Eurozona sono state riviste al ribasso da tutti i principali organismi e la tanto agognata ripresa tarderà ancora ad arrivare. Anche per l’Italia, la seconda parte dell’anno non promette nulla di buono. Il Pil del terzo e quarto trimestre manterrà ancora il segno negativo e l’anno potrebbe chiudersi con il Pil intorno al -1,8%. Solo nel 2014 l’economia nazionale mostrerà i primi timidi segni di crescita con una previsione del +0,5%. Ma a questa crescita non corrisponderà un miglioramento del tasso di disoccupazione. Gli occupati continueranno a scendere, fermandosi sotto la soglia dei 22,5 milioni, con un saldo negativo di oltre 400 mila posti rispetto al 2012, mentre il tasso di disoccupazione potrebbe salire al 12,1% già alla fine del 2013, per toccare il 12,6% nel 2014. Anche perché le imprese che dovrebbero assumere sono allo stremo.
Tra gennaio e marzo, secondo i dati Unioncamere, hanno chiuso i battenti quasi 150 mila attività. Un risultato peggiore persino rispetto a quello del primo trimestre 2009, considerato l’anno nero della crisi. Con un saldo negativo di 31mila unità, i primi tre mesi del 2013 hanno registrato risultati negativi sia dal lato delle iscrizioni di nuove imprese che delle cessazioni delle attività. E’ il terzo peggior risultato del decennio. A pagare il prezzo più caro gli artigiani: 21.185 le attività che tra gennaio e marzo hanno chiuso i battenti. Il Nordest registra la battuta d’arresto più forte, con uno stock d’imprese che arretra dello 0,7%. Alla fine di marzo, il numero complessivo d’imprese iscritte alle Camere di Commercio è pari a 6.050.239 unità, lo 0,51% in meno rispetto al 31 dicembre 2012. Di queste, 1,4 milioni sono artigiane. Tra i settori che stanno vivendo le riduzioni più consistenti le costruzioni (-12.507 imprese), il commercio (-9.151) e le attività manifatturiere (5.342 le imprese che mancano all’appello, l’87% delle quali artigiane). Cosa fare per cercare di arginare questo tsunami economico-sociale? La storia del 20° secolo ha dato risposte che non devono essere dimenticate. Sono stati gli ingenti investimenti pubblici a rendere gli USA e l’Europa leader economici mondiali. L’erogazione diretta di beni e servizi, di ricerca e innovazione, di servizi sociali, hanno orientato investimenti privati e consumi, rafforzando il processo economico. In Italia, negli anni 60, le aziende di Stato hanno aiutato la crescita e la competitività del sistema Paese. Le partecipazioni pubbliche hanno svolto un ruolo d’indirizzo degli investimenti, innescando fecondi processi d’innovazione del tessuto produttivo, che diversamente non si sarebbero potuti avere. L’inversione avvenuta negli anni ’80 – quando si è assistito a un costante arretramento del ruolo pubblico e alla progressiva deregolamentazione dell’economia – ha prodotto il sopravvento della finanza sull’economia reale. Con i danni che, oggi, sono sotto gli occhi di tutti. Sono stati i Paesi che hanno conservato una forte presenza pubblica, quelli che hanno resistito alla crisi. L’accusa che lo sviluppo, in particolare dell’Italia, sia stato fatto a scapito delle generazioni future, facendo crescere in maniera abnorme il debito pubblico, contiene solo una parte di verità. Perché una buona spesa pubblica tende a ripagarsi da sola, mentre la crescita incontrollata del debito dipende dalle degenerazioni e dall’utilizzo inefficiente o addirittura criminale della spesa. Nessun dato suffraga l’idea che l’austerità porti a un “secondo tempo” di espansione economica. D’altronde, se Pil e occupazione dipendono dalla domanda, questa va incrementata, non compressa. E per far crescere la domanda occorre aumentare la dotazione economica dei cittadini, in particolare delle fasce a basso reddito. Questo perché l’effetto propulsivo sull’economia di un incremento di reddito per i ceti medio bassi è decisamente maggiore rispetto al caso in cui lo stesso aumento sia riservato a chi è già dotato di redditi molto elevati. In una fase recessiva, occorre che lo Stato faccia ciò che l’economia privata, da sola, non riesce a fare. Il new deal rooseveltiano investì sui lavori pubblici come antidoto alla crisi: strade, scuole, ferrovie, ospedali. Oggi bisognerebbe investire in banda larga, assetto del territorio, energie verdi. Investimenti che non solo farebbero crescere la domanda, ma occuperebbero anche svariate migliaia di persone. Per uscire dalla crisi occorre che lo Stato torni a occuparsi di ciò che il privato non ha convenienza o la forza di approntare in solitaria, con un piano d’investimenti che riequilibri il sistema economico tramite l’iniezione di domanda aggiuntiva.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 1 luglio. Sfoglia l’indagine Tecnè in pdf

 

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