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La crisi in Egitto del dopo Morsi

di Mirko Spadoni

egittoIl blazer blu lo distingueva dal resto degli imputati. Nel presentarsi davanti ai giudici il 4 novembre, Mohamed Morsi aveva infatti rifiutato di indossare la divisa bianca dei detenuti. Una scelta simbolica, quella dell’ex presidente egiziano che appariva in pubblico per la prima volta da quando (il 3 luglio scorso) era stato destituito da un golpe militare. Da quel giorno Morsi, detenuto per lungo tempo nel carcere di Borg al Arab ad Alessandria, non ha mai smesso di denunciare l’illegittimità del colpo di Stato.
Morsi è accusato – assieme ad altri 14 membri della Fratellanza musulmana – di incitazione alla violenza e all’omicidio per gli scontri avvenuti durante il corteo davanti al palazzo presidenziale nel 2012. Era il 5 dicembre. Allora circa una decina di persone furono uccise nelle proteste contro la nuova Costituzione, che proprio il governo islamista aveva deciso di mandare a referendum. Tre delle dieci vittime sarebbero decedute in seguito alle torture perpetrate da alcuni sostenitori dei Fratelli musulmani. Se giudicato colpevole, Morsi rischia il carcere a vita o la condanna a morte. Per attendere gli sviluppi della vicenda, sarà però necessario attendere il 2014: il processo è stato aggiornato all’8 gennaio.
Prima di essere trasferito in elicottero nella prigione di Tora, Morsi (che ora denuncerà il governo “per sequestro di persona”, perché “rapito un giorno prima del 3 luglio”) si è limitato a dire ai giudici: “Sono il dottor Mohamed Morsi, il presidente della Repubblica. Contro di me c’è stato un colpo di stato militare. Sono i leader di questo golpe a dover essere processati per tradimento”. Poche parole, che testimoniano la frattura interna al Paese. E poco importa se martedì le autorità hanno dichiarato la fine dello stato d’emergenza imposto il 14 agosto e la conseguente revoca del coprifuoco, che cadeva dall’una alle cinque del mattino. Poco importa, perché l’Egitto è diviso al suo interno ed è in questa condizione che si appresta ad affrontare un 2014 molto intenso. Infatti – come già annunciato dal ministro degli Esteri, Nabil Fahmy – tra febbraio e marzo si terranno le prossime elezioni politiche. Poi “entro la fine della primavera” verranno convocate quelle presidenziali da tenersi non più di due mesi dopo l’annuncio. Il ministro ha anche assicurato che i Fratelli musulmani “sono ancora legali in Egitto” e quindi possono partecipare alle elezioni. Dichiarazione, questa, che stride con quanto accaduto e sta accadendo dal 3 luglio a questa parte. Lungi dal cercare una pacificazione tra le parti, l’esercito ha scatenato un’ondata di repressione contro i Fratelli musulmani e i loro sostenitori. Lo scopo è quello di impedire loro ogni agibilità politica. E così, dopo aver arrestato i principali leader del movimento (dopo Mohamed Badie, la guida spirituale della Fratellanza, è stato il turno di Safwat Hegazi, accusato di incitamento alla violenza, e poi di Murad Ali e di Ahmed Arif, entrambi portavoce dei Fratelli), il 3 settembre un tribunale del Cairo ha disposto la chiusura di Al Jazeera-Misr, il canale egiziano dell’emittente qatarina vicina alla Fratellanza. L’accusa? Mettere a repentaglio la sicurezza nazionale tramite la “divulgazione di falsità” e il vilipendio alle autorità militari. “E’ un dovere degli egiziani – ammoniva il ministro dell’Informazione Doreya Sharaf – non guardare quel canale, perché è una minaccia per il Paese”.
Nel frattempo un’assemblea costituente (guidata dal laico e liberale Amr Moussa, ex ministro degli Esteri per dieci anni durante il regime di Mubarak) lavora alla creazione di nuova Costituzione, che – dopo essere stata sottoposta all’approvazione degli egiziani con un referendum – dovrà sostituire quella adottata sotto il governo Morsi. L’assemblea è composta da 50 persone, nominate dal presidente ad interim Adli Mansur, e rappresenta una sconfitta per i Fratelli musulmani: solamente due membri hanno un chiaro orientamento religioso. Il primo è Bassam El Zarqa, vicepresidente del partito al Nour, di ispirazione salafita. Il secondo è Kamal El Helbawy, un ex esponente della Fratellanza molto critico nei confronti della sua organizzazione. L’assemblea sta lavorando su una bozza preparata grazie al lavoro di una commissione di dieci membri, anche loro nominati direttamente dal presidente. Si tratta di un documento laico, senza riferimenti alla shari’a. Giusto per farsi un’idea: l’art. 47, che prevedeva la “libertà di espressione per le tre religioni abramitiche”, è stato revisionato con l’intento di estendere questa libertà a qualsiasi religione. È stato modificato anche l’emendamento dell’art. 6, che proibisce la creazione di partiti d’ispirazione religiosa. Nel caso in cui il comma verrà approvato dall’assemblea costituente, i partiti di ispirazione islamica – compreso l’Hizb Horreya wa Adala, la costola politica dei Fratelli musulmani – saranno costretti a sciogliersi. Nella bozza, inoltre, i militari godono di ampi poteri ed hanno la possibilità di eleggere direttamente il ministro della Difesa.
Prosegue così, quello che Marina Calculli, ricercatrice presso la School of International Relations dell’Università Ca’ Foscari, aveva definito in un’intervista a T-Mag “un pericoloso tentativo di restaurazione da parte dei militari, con l’aggravante che per portarlo a compimento si sta usando la forza in maniera brutale e sconsiderata contro i sostenitori di Morsi”. Dal 3 luglio scorso, tante sono infatti le persone che hanno perso la vita nel corso delle proteste di piazza a favore dell’ex presidente. Solo il 7 ottobre, giorno del 40esimo anniversario della guerra del Kippur del ’73, sono state almeno 50 le vittime e 268 feriti. Mentre 423 persone sono arrestate con l’accusa di atti di vandalismo e per aver esploso colpi d’arma da fuoco.
A seguito della deposizione di Morsi, le reazioni della comunità internazionale sono state diverse. Ad esempio gli Stati Uniti hanno – a più riprese – dimostrato la loro insofferenza verso alcune scelte “autoritarie” dei vertici dell’esercito. Intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Uniti, Obama aveva parlato di “decisioni in contrasto con una democrazia inclusiva”. Il Dipartimento di Stato ha poi deciso di sospendere gli aiuti economici al Cairo. Per inciso: dal 1979, anno del trattato di pace con Israele, annualmente l’amministrazione statunitense garantiva all’Egitto un pacchetto dal controvalore complessivo pari a un miliardo e mezzo di dollari, costituito in gran parte da forniture di armi e da addestramento specifico. Le cifre ufficiali degli aiuti sospesi non sono state rese note, ma fonti vicine al Congresso parlano di aiuti per 250 milioni di dollari e di garanzie di prestito programmate per altri 300 milioni. Tutto questo “in attesa – spiegava il portavoce del Dipartimento di Stato, Jen Psaki – di progressi credibili sul piano politico e sociale e almeno fino quando non verranno indette elezioni libere e democratiche per l’elezione di un governo civile”. Gli Stati Uniti continueranno però a sostenere il Cairo nella lotta al terrorismo, nel controllo della penisola del Sinai e “a fornire sostegno i cui benefici andranno direttamente al popolo egiziano in aree come la sanità, l’insegnamento, e lo sviluppo del settore privato”.
Washington ritarderà inoltre le consegne di elicotteri Apache, aerei F-16, missili Harphoon e di carri armati M1-Abrahams. La rottura con gli Stati Uniti non ha però impensierito il governo egiziano, che ha cercato – e forse trovato – nella Russia un probabile partner. Secondo quanto riferito dal quotidiano saudita Al Watan, il 28 ottobre il c’è stato un incontro al Cairo tra vertici dello staff del generale Abdel Fattah Al e il generale Vjacheslav Kondrashov, vicecomandante del Gru, il servizio d’intelligence militare russo. Scopo del vertice: trovare un’intesa sulla vendita di aerei MiG 29 e forniture militari. Secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Haaretz, l’Arabia Saudita (che con il ritorno al potere dei militari è tornata a sostenere il Cairo) finanzierà l’operazione con 15 miliardi di dollari. Questo riavvicinamento non è piaciuto a Washington, che ha inviato il segretario di Stato John Kerry nella Capitale egiziana. “L’Egitto – ha detto Kerry, parlando il 3 novembre in conferenza stampa con il ministro degli Esteri egiziano Nabil Fahmy – è un partner vitale per noi. Intendiamo darvi il nostro appoggio in questa turbolenta fase di trasformazione che state vivendo. Sappiamo che è difficile. Vi aiuteremo, siamo pronti a farlo”. Magari trovando quella stabilità fondamentale per gli equilibri dell’area. Perché, come spiegava qualche mese fa a T-Mag Massimo Campanini, professore di Storia dei Paesi islamici presso l’Università di Trento, se tra l’esercito (“ripropostosi come fattore determinante della vita politica del Paese e quale reale ago della bilancia”) e i Fratelli musulmani (“che si erano illusi di poter gestire le istituzioni senza far riferimento alle forze d’opposizione”) “mancherà una volontà unitaria”, “c’è da presumere che il Paese vivrà una fase di elevata instabilità. E tutto questo sarebbe molto pericoloso sia da un punto di vista interno, che internazionale”.

Questo articolo è stato pubblicato sul N. 5 di T-Mag del 15 novembre 2013

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