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Aumentano le tasse, crollano i redditi e i consumi

di Mirko Spadoni

tasse_spesa_pubblicaLa promessa del ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, è destinata a restare tale. “Nel 2014, famiglie e imprese pagheranno meno tasse”, aveva annunciato/promesso solo qualche settimana fa il ministro nel corso di un’intervista rilasciata a La Repubblica. Parole che avevano fatto ben sperare i contribuenti italiani, alle prese con una delle pressioni fiscali – misurata come rapporto tra introiti fiscali e Pil – tra le più alte d’Europa: tra il 2011 e il 2012 ha raggiunto il 44,4% (+1,4%), secondo l’Ocse. Un livello elevato se paragonato alla media generale che, pur essendo cresciuta negli ultimi due anni (+0,8%), è comunque più bassa di quella italiana, fermandosi a quota 34,6%. Pressione fiscale che, sempre secondo le stime del ministero dell’Economia, dovrebbe scendere al 43,7% e “che potrebbe diminuire ulteriormente grazie alla revisione della spesa recentemente avviata”.
Gli italiani pagheranno meno tasse. Eppure recenti studi dimostrano il contrario: nel biennio 2014-2016, sottolinea una ricerca dell’Ufficio Studi di Confcommercio diffusa lunedì, l’aumento di imposizione per le maggiori entrate previsto dalla versione finale della Legge di stabilità salirà “complessivamente ad oltre 4,6 miliardi”. Una cifra considerevole e lontanissima da quella prevista nel disegno di legge originario: 1,6 miliardi. Nello specifico: solo nel corso del 2014, da una previsione iniziale di maggiori entrate pari a 973 milioni, si è arrivati ad oltre 2,1 miliardi (circa il 120% in più). Peggio andrà l’anno successivo (nel 2015), quando si passerà addirittura da una previsione di riduzione del carico impositivo (-496 milioni) ad un aggravio di 639 milioni. Nel 2016, “si richiede – spiegano gli esperti di Confcommercio – il versamento di imposte aggiuntive per 1,9 miliardi, a fronte di una previsione iniziale di 1,2 miliardi”.
A fronte di questi aumenti, le famiglie sono sempre più povere: solo negli ultimi sei anni, il reddito pro capite è diminuito del 13%. Mentre la ricchezza netta pro capite – composta sia di abitazioni sia di strumenti finanziari, al netto dei debiti – “è tornata ai livelli del 2002, perdendo, rispetto al massimo raggiunto nel 2006, oltre 18mila euro pro capite di ricchezza”. La situazione è critica anche sul fronte dei consumi, “drammaticamente fermi” e in calo (-2,4% nel biennio 2008-2009 e -4,2% nel 2012). “Perdita del potere di acquisto e calo dei consumi restituiscono – si legge nella nota di Confcommercio – l’immagine di un Paese gravemente malato in cui appaiono sempre più necessarie ed urgenti le riforme istituzionali ed economiche, in primis quella fiscale”.

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