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Il problema della corruzione in Italia

di Mirko Spadoni

corruzione_italia_commissione_ueNon c’è da esserne soddisfatti. Nonostante “gli sforzi notevoli profusi dall’Italia”, la corruzione resta – sempre e comunque – un problema “preoccupante”. A lanciare l’allarme è la Commissione Ue, secondo cui in Europa la corruzione vale ben 120 miliardi. Una cifra considerevole e la cui metà (60 miliardi, per l’appunto) viene attribuita – nostro malgrado – all’Italia. “La Corte dei Conti italiana – si legge a pagina 4 del report della Commissione – ha sottolineato che il totale del costo diretto della corruzione è di 60 miliardi annui (ovvero circa il 4% del Pil)”. Da Bruxelles citano la magistratura contabile del nostro Paese, quindi. Anche se Davide De Luca sulle pagine de Il Post evidenzia come – oltre ad non averne la paternità – la Corte dei Conti consideri a sua volta “la stima di 60 miliardi come costo della corruzione ‘invero esagerata'”. Appare inoltre impossibile calcolarne l’entità esatta, perché come ricordava Luigi Giampaolino, presidente della magistratura contabile, i reati di corruzione sono caratterizzati da una rilevante difficoltà di emersione ed esiste una scarsa propensione alla denuncia. Tanto per farsi un’idea: secondo un recente Eurobarometro, sette europei su dieci sostengono che la corruzione sia diffusa nel proprio Paese, ma soltanto il 2% degli intervistati ha ammesso di essere stato oggetto di richiesta di pagamento di una tangente nel corso dell’anno precedente alla rilevazione. Mentre in Italia, tra il 2000 e il 2011, sono stati 592 condannati definitivi per corruzione (fonte Istat). Le indicazioni, che giungono da Bruxelles al nostro Paese, sono chiare: perfezionare le normative anti-corruzione. Il motivo? La legislazione vigente, adottata nel novembre del 2012 sotto il governo Monti, lascia “irrisolti” diversi problemi, non modifica inoltre “la disciplina della prescrizione, la legge sul falso in bilancio, autoriciclaggio e non introduce reati per il voto di scambio”. Mentre restano ancora “insufficienti” le leggi sulla corruzione “nel settore privato e sulla tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti”. Quale potrebbe essere la soluzione? La Commissione europea non esita a suggerire di rafforzare (“senza indugio”) le normative con lo scopo di garantire l’integrità della classe politica e dei pubblici funzionari di tutti i livelli (nazionale, regionale e locale), senza trascurare le norme che regolano il finanziamento pubblico ai partiti, introducendo regole più severe sulle donazioni. L’Italia, prosegue la Commissione europea, deve evitare l’approvazione di leggi ad personam, permettere una maggiore trasparenza negli appalti pubblici e “estendere i poteri e sviluppare la capacità” della Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità, che ha il compito di coordinare la legge anticorruzione. Tuttavia questo discorso “vale per tutti gli Stati membri”, ha ammonito il commissario agli affari interni Cecilia Malmstrom. Sottolineando così che il problema è trasversale e non riguarda un’unica – o solo alcune – realtà. Stando ai dati di un recente sondaggio Eurobarometro, il 97% degli italiani considera che la corruzione è diffusa nel proprio Paese. La media europea è al 76%. Ma “la corruzione” oltre a minare “la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e nello Stato di diritto, danneggia l’economia”. Uno studio della Banca Mondiale (How Bribery Distorts Firm Growth: Differences by Firm Attributes di M.Seker e J.S. Young) condotto su un ampio numero di Paesi dimostra che imprese costrette a fronteggiare una pubblica amministrazione corrotta e che devono pagare tangenti crescono in media quasi del 25% di meno rispetto a tutte quelle imprese che non sono costrette a fare i conti con tale problema. Lo studio rivela inoltre che, tra le aziende costrette a subire fenomeni di corruzione, quelle piccole hanno un tasso di crescita delle vendite oltre il 40% inferiore rispetto a quelle grandi. Ma che la corruzione danneggi l’economia è un fatto assodato. Ad esempio perdere punti nella classifica, che annualmente viene redatta da Trasparency International, provoca l’allontanamento di potenziali investitori stranieri: è stato calcolato infatti che ogni punto perso equivale al 16% in meno degli investimenti esteri. E nella speciale graduatoria di Trasparency International, che ordina i paesi del mondo sulla base del “livello secondo il quale l’esistenza della corruzione è percepita tra pubblici uffici e politici”, classificando i Paesi da quello meno a quello più corrotto, nel 2013 l’Italia si è piazzata in 69esima posizione, con un punteggio di 43 su 100. Peggio del nostro Paese in Europa hanno fatto soltanto Bulgaria e Grecia. Rispettivamente al 77esimo e all’80esimo posto.

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