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Il cinema italiano fra assistenzialismo e mercato

di Giampiero Francesca

Cinema_fullIl cinema è arte, creatività, fantasia, genialità. Ma il cinema è (o dovrebbe essere) anche industria, impresa, sistema. Due facce della stessa medaglia, due anime complementari eppure, spesso, così difficili da conciliare. La dicotomia arte mercato ha infatti portato, negli anni, alla formazione di due visioni opposte che il 26° rapporto Italia dell’Eurispes definisce, con un buon grado di semplificazione, polarizzazione fra Sinistra e Destra. La domanda alla base di questa sostanziale divisione è piuttosto semplice: il cinema, in quanto arte, deve essere protetto dalle dure leggi del mercato o, al contrario, in quanto industria, deve essere assoggettato alle sue regole? Prima di prendere una posizione all’interno di questo dibattito è necessario formulare alcune considerazioni preliminari. In primis bisogna considerare come il sistema cinematografico italiano (più in generale la nostra industria) sia caratterizzato dalla presenza di un grande numero di piccole o medie aziende e pochi, se non pochissimi, grandi player. Dei 129 film a capitale interamente italiano prodotti nel 2012, infatti, ben il 47,29%, ha avuto un budget inferiore agli 800.000 euro e di questi il 59% (pari al 27,9% del totale prodotto) addirittura inferiore ai 200.000 euro. Se è dunque la produzione low budget a generare una buona parte delle pellicole made in Italy è altrettanto vero che la spina dorsale del sistema risieda in quel 18,6% di film ad alto budget (superiore ai 3,5 milioni di euro) realizzati dallo sparuto gruppo di grandi produttori. La regolamentazione del settore deve dunque necessariamente prendere in considerazione, come punto di partenza, la presenza sul mercato di realtà tanto diverse, incapaci, per altro, di creare autonomamente fruttuose sinergie. A differenza di quanto accade ad altre latitudini le nostre società di produzione non sembrano in grado di attivare virtuosi circuiti di collaborazione e aiuto reciproco. Questo comporta non solo la quasi totale impossibilità, da parte delle piccole realtà (ma spesso, più in generale, del sistema nel suo complesso) di beneficiare dei successi delle nostre “major” ma anche l’incapacità delle case indipendenti di creare un’unione, una squadra in grado di fronteggiare i grandi colossi. Anche in questo caso la risposta al problema potrebbe essere di due nature; un modello di tipo assistenzialistico, storicamente inviso alla Destra, o il ricorso ad una selezione naturale del mercato che faccia emergere (o sopravvivere) solo le realtà in grado di reperire le risorse (o le collaborazioni) sul mercato. Quali sono dunque soluzioni messe in campo in Italia? L’introduzione del tax shelter, l’esenzione fiscale per il reivestimento di utili e per l’investimento da parti di terzi nel settore cinematografico, è stata unanimemente riconosciuta come un passo fondamentale. Nel 2012 ben il 63,8% delle pellicole (106 su 129) sono state infatti prodotte anche grazie a forme di credito di imposta. La grande rivoluzione, mutuata da altri sistemi europei, è stata intatti quella di spostare i sostegni finanziari dalle opere alle società di produzione, cambiando completamente l’ottica di intervento statale. Il punto principale di discussione, che divide destra e sinistra, rimangono gli interventi per i “lungometraggi di interesse culturale”. La definizione di culturale pone, di per sé, numerosi interrogativi e consente, nella sua onnicomprensiva accezione, escamotage per finanziamenti non chiari. Dal sempre presente clientelismo alle scorrettezze politiche (come finanziare un numero troppo elevato di pellicole con governi in scadenza di mandato per mettere in difficoltà le commissioni successive) le ombre di questo sistema sono molte. C’è poi da chiedersi se un autore possa o debba vivere di solo sostentamento statale senza avere o aver mai avuto un suo, anche minimo, pubblico. Infine sarebbe anche da decidere se tutti, giovani o meno giovani, grandi maestri o registi emergenti, major o indipendenti, debbano avere lo stesso diritto di accedere ai finanziamenti. Ci si potrebbe infatti domandare: è più giusto finanziare con un milione di euro un film da 35 milioni di un regista pluripremiato (che comunque sarebbe prodotto) o tre pellicole da 300.000 euro di giovani autori o produttori dal futuro altrimenti incerto?

 

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