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Il Bari simbolo di un calcio in difficoltà

di Giampiero Francesca

calcio_crisi_economica_scommesseIl Bari calcio è fallito. Già lo scorso 24 febbraio l’assemblea degli azionisti aveva infatti ufficializzato l’impossibilità dell’attuale proprietà di ripianare le perdite, così, il 10 marzo dopo tre ore di camera di consiglio, la sezione fallimentare del tribunale di Bari aveva emesso la definitiva sentenza. Quello che sta accadendo negli ultimi giorni è però solo l’ultimo, eclatante, caso (visto la militanza del club nella serie B) di una lunga serie di gloriose squadre la cui storia è finita nelle aule di un tribunale. Sono decine le società fallite nel giro di pochi anni (delle quali solo alcune sono poi risorte); realtà come l’Avellino, il Foggia, la Salernitana al sud o la Lucchese, il Perugia, la Spal, la Triestina o il Venezia al centro-nord cancellate con una sentenza dai nostri campionati. Ad ogni nuova stagione una piccola costellazione di club si spegne lasciando un buco nel panorama calcistico italiano. Segno questo di un malessere profondo del nostro sistema che, dietro lo splendore della serie A (anch’esso non più brillante come una volta), nasconde gravi problemi. In un periodo di crisi economica così diffusa trovare imprenditori in grado di gestire in modo adeguato una squadra di calcio appare sempre più difficile e le scarse risorse fornite dal sistema non sono più sufficienti a coprire i costi. Basta così un piccolo smottamento economico o una retrocessione a condannare una realtà dal glorioso passato. L’incubo del passaggio di categoria, del passo indietro, è, da questo punto di vista, il più inquietante per un presidente.
Passare dalla A alla B o, peggio, dalla serie cadetta alla Lega PRO ha infatti delle ricadute economiche quasi insostenibili. Lontani dai riflettori e dal grande pubblico le società che militano nell’ex serie C devono fare a meno dei proventi dei diritti televisivi, la cui improvvisa assenza in bilancio, nel caso di una retrocessione, può da sola bastare al crollo di una squadra. Anche il costo dei giocatori, i cui stipendi pesano in modo determinante sulle casse dei club, nel passaggio di categoria, può determinare il fallimento di una società. L’adeguamento, quasi automatico, dei salari alla categoria maggiore infatti grava, una volta retrocessi, in modo eccessivo su bilanci, che, come detto, non possono più usufruire dei molti benefici riservati solo alle due serie maggiori (ed in particolare alla serie A). Per questo motivo è stato introdotto, almeno per la serie B, il salary cap, una somma massima di spesa per gli stipendi dei calciatori. Nello specifico, dalla stagione 2013-2014, i contratti firmati non potranno superare i 300.000 euro e dovranno rientrare entro il 60% del rapporto fra emolumenti e valore della produzione. Un vincolo questo che potrà essere superato solo nel caso di aumento di capitale o utile. L’intervento, fortemente voluto dal del presidente del CONI Giovanni Malagò e di quello della FIGC Giancarlo Abete, è valso una riduzione del 15% sui nuovi contratti firmati ma appare ancora insufficiente per ribilanciare un sistema ormai squilibrato.
Come salvaguardare dunque le società delle categorie minori? La famigerata spending review è, da questo punto di vista, sicuramente un primo passo necessario. La riduzione delle rose, ad esempio, aiuterebbe sicuramente nel contenimento dei costi. Il numero dei calciatori presenti nei roster delle squadre è infatti quasi sempre sovradimensionato rispetto alle necessità effettive dei club. L’ammontare complessivo dei professionisti in attività in Italia ha infatti raggiunto l’incredibile numero di 3.200, molti dei quali risultano, in realtà, fuori dai progetti tecnici delle rispettive squadre, rappresentando delle vere e proprie zavorre per i conti di chi ne possiede il cartellino. Ma la semplice riduzione dei costi non è sufficiente a ristrutturare l’intero sistema. Come per il paese così per il calcio sono infatti necessarie delle profonde riforme che tocchino molti dei cardini della struttura. Senza addentrarci nuovamente sui problemi dei finanziamenti, degli stadi, del tifo, degli organi di gestione e di controllo si può comunque prendere il fallimento del Bari Calcio come un punto di simbolica importanza. La proprietà della società pugliese, in mano da anni alla dinastia Matarrese, ha rappresentato infatti molto per l’intero calcio italiano. L’addio di questa storica famiglia può rappresentare un primo passo di un più generale rinnovamento, un cambio di rotta che ci rimetta in linea con i modelli più virtuosi. Si dovrebbe guardare, ad esempio, alla Germania dove club grandi e piccoli lavorano insieme producendo ricchezza e sviluppo. Un processo del genere però non può e non deve iniziare dalle aule di un tribunale. La spinta a migliorarsi deve infatti venire dalla volontà dei presidenti, in primis da quelli della serie A, dalla voglia di riformare in toto un sistema pieno di falle. A giovarne non sarebbero solo le piccole o piccolissime realtà di provincia ma anche quei presunti grandi club che stentano sempre più al cospetto dei colossi europei.

 

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