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La pena di morte nel mondo

di Mirko Spadoni

pena-di-morteNon tutti hanno avuto la fortuna di Sakineh Ashtiani. “Sakineh – ha annunciato qualche giorno fa il suo legale, Bruno Malattia – è stata amnistiata”. E così la giovane iraniana, condannata alla lapidazione per adulterio e per il presunto coinvolgimento nell’assassinio del marito, è tornata in libertà in un Paese (l’Iran) dove, secondo i dati contenuti nel Rapporto sulla pena di morte nel 2013 diffuso nella giornata di mercoledì da Amnesty International, il numero delle esecuzioni capitali ha raggiunto un livello “allarmante”. “Almeno 369 persone” sono infatti state condannate a morte dal sistema giudiziario iraniano. Diversi i dati ufficiali riferiti dalla Repubblica islamica stessa, secondo cui le esecuzioni sono state 388. Iran Human Rights offre però stime diverse da quelle di Amnesty International e di Teheran. Nel Report on the Death Penalty in Iran – 2013, si legge infatti che il numero di condanne a morte eseguite sono state 687, la maggior parte delle quali (548, ovvero il 68% del totale) registrate nei mesi successivi all’elezione dell’attuale presidente iraniano, Hassan Rohani, sconfessando così – secondo quanto sostenuto dal portavoce dell’organizzazione, Mahmood Amiry-Moghaddam – anche la svolta moderata della linea politica dell’Iran. Ma c’è di più, perché nulla lascia presagire un miglioramento: nei primi due mesi del 2014 e stando ai dati ufficiali, le persone condannate a morte sono state 73.
Situazione preoccupante anche in Iraq, dove sono state contate 169 esecuzioni nell’ultimo anno. I due Paesi mediorientali restano però molto distanti dalla Cina, dove – secondo il rapporto di Amnesty International – le persone condannate a morte sono “migliaia”. Una cifra indicativa, Pechino mantiene infatti sempre il più alto riserbo, considerando i dati in merito “segreto di Stato”. “I Paesi che si aggrappano alla pena di morte sono – sostiene il segretario generale di Amnesty International – dal lato sbagliato della storia e di fatto sono sempre più isolati”. Tra questi ci sono sicuramente l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti d’America – rispettivamente – con 79 e 39 esecuzioni (il 41% delle quali in Texas). In particolare, nel Paese mediorientale “per la prima volta da tre anni – denuncia Amnesty – in violazione del diritto internazionale, sono stati messi a morte tre minorenni al momento del reato”. Tirando le somme, le condanne a morte eseguite (eccezion fatta per quanto accaduto in Cina) sono state 778 (nel 2012 furono 682) in 22 Paesi, uno in più rispetto allo scorso anno. Diversi i metodi utilizzati: la decapitazione, la somministrazione di scariche elettriche, la fucilazione, l’impiccagione e l’iniezione letale. Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam hanno ripristinato l’uso della pena di morte. Discorso leggermente diverso per Bielorussia, Emirati Arabi Uniti, Gambia e Pakistan, che pur non abolendo la pena capitale non ne hanno fatto ricorso durante il 2013. “Trent’anni fa – osserva Amnesty – il numero dei paesi che avevano eseguito condanne a morte era stato di 37”.

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