L’Argentina (di fatto) in default | T-Mag | il magazine di Tecnè

L’Argentina (di fatto) in default

L'economia degli Stati Uniti, intanto, cresce del 4% nel secondo trimestre

Cristina KirchnerCome 13 anni fa, l’Argentina rivive il timore del default. Che per l’agenzia di rating S&P è nei fatti già realtà. Questo è avvenuto perché è scaduto il termine – a vuoto tutti i tentativi di mediazione che si sono tenuti a Ney York tra i legali di Buenos Aires e i creditori holdout – per il pagamento dei 539 milioni di dollari in interessi su 13 miliardi di dollari in titoli al 2033 del debito ristrutturato dopo la crisi del 2001. Così è successo che l’agenzia Standars & Poor’s ha tagliato il rating di Buenos Aires alla voce selective default dal precedente livello CCC-. Un default che in questo caso viene definito selettivo, perché il Paese può adempiere agli impegni presi su una emissione di titoli e su altri no.
Sconfessato l’ottimismo della vigilia rispetto ad una soluzione del contenzioso, resta ora da capire le ripercussioni di tale condizione sull’economia reale. All’epoca, era il dicembre del 2001 quando l’Argentina dichiarò il default, il Paese veniva da una recessione lunga quattro anni, il tasso di disoccupazione si attestava al 25% e il debito pubblico ammontava a 80 miliardi di dollari. Nel frattempo la situazione è migliorata e in ogni caso non si tratta della medesima circostanza. L’economia argentina non viene considerata dagli analisti “malata”, ma è pur sempre “vulnerabile”. La direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, ha già fatto sapere di non temere un impatto immediato e su ampia scala. Ma guai ad abbassare la guardia. Avverte infatti Marcos Buscaglia, analista di Bank of America, che “la situazione debole dell’Argentina dal punto di vista di bilancio e monetario fa sì che le chance che la situazione finisca fuori controllo siano abbastanza alte”.
Intanto l’economia statunitense è cresciuta molto più di quelle che erano le previsioni, trainata dalla ripresa delle spese per consumi. Nel secondo trimestre, infatti, il Pil americano ha segnato un rialzo del 4%, quando nelle stime iniziali si attendeva una crescita del 3%. In particolare i consumi, si diceva, con un incremento del 2,5% (+1,2% rispetto al primo trimestre, soprattutto acquisti di auto e arredamento per la casa). Le spese aziendali risultano in aumento del 5,5% mentre le scorte private “pesano” l’1,66% sulla crescita rilevata nel trimestre.

 

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