Il diario del Festival di Venezia/4 | T-Mag | il magazine di Tecnè

Il diario del Festival di Venezia/4

di Fabio Francesca

Hill of freedomIrradiato dallla presenza al lido di Frances McDormond, a cui è stato assegnato il Persol Award, la mostra propone una delle sue giornate dedicate ai cinefili più duri e puri, per questo ci permettiamo una digressione su un film italiano passato giorni fa al festival.
Il film in questione è Belluscone. Una storia italiana di Franco Maresco. Il regista palermitano, interrotta ormai da tempo la collaborazione con il suo storico sodale Daniele Ciprì, non perde il suo stile graffiante e grottesco, i suoi soliti personaggi mostruosi e drammaticamente ironici, la sua visione di una Italia corrotta e corruttrice. Descrivere la trama di quello che sembra essere la crasi di tre documentari diversi assieme è impresa ardua, la telecamera del regista ci trascina in una discesa dantesca nei sobborghi palermitani tra improbabili cantanti neo-melodici e personalità straripanti, tra cinema e ricerca, tra realtà e finzione. Un mondo parallelo dove l’omertà regna sovrana e dove allo spettatore non resta altro che rimanere allibito ed essere schiacciato da una arrendevole risata.
Venendo al concorso Venezia 71 giornata non delle più semplici a partire da Fires on The plain di Shinya Tsukamoto, tragico racconto di un superstite dell’esercito nipponico durante il secondo conflitto mondiale. Forte Apologo pacifista sull’assenza di umanità che porta la guerra, il film segue un vacuo vagare del protagonista tra ciò che è rimasto delle truppe giapponesi. Lo stile e i topoi horror da parte di Tsukamoto rendono agghiacciante e disturbante la visione di un film che incide profondamente l’animo dello spettatore.
Tutt’altri sentimenti lascia il film svedese A pigeon sat on a branch reflecting on existence di Roy Andersson, opera che ha diviso la critica in sala, tra chi l’ha acclamato come un nuovo Ionesco e chi l’ha ritenuta un’opera arrogante e vuota. Prendendo una posizione netta dobbiamo dire che noi stiamo tra quest’ultimi. Il film è composto da 39 piani sequenza filmati, con camera fissa, dove accadono le cose più disparate comprese l’arrivo delle truppe a cavallo del re Carlo XII. La godibilità del divertissement del Monty Python scandinavo si esaurisce presto lasciandoci tra la noia e una leggera irritazione. Certo, si può anche sottolineare l’uso dei colori, o il sofisticato gioco fonetico nei dialoghi in svedese, e il fatto che quasi certamente riceverà dei premi, ciò non toglie che a nostro avviso questo sia un cinema che allontana le persone dalle sale.
Però, per fortuna, ci sono anche film come Hill of freedom del maestro coreano Hong Sangsoo, passato nella sezione orizzonti. La pellicola è un delizioso racconto di una ricerca di un amore felice a Seoul. Peculiarità dell’opera è data dalla totale scomposizione del tempo narrativo. Il regista conferma la sua eleganza stilistica in soli 66 minuti.
Torna protagonista l’Italia nel prossimo appuntamento dal Lido di Venezia, con due opere che raccontano l’evoluzione sociale e lo stato attuale del nostro paese quelle di Davide Ferrario e Gabriele Salvatores.

 

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