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È così opportuno lavorare tanto?

di Matteo Buttaroni

Bored Businesswoman Sleeping In A MeetingPiù ore si lavora e più si produce? Secondo due dei più grandi imprenditori al mondo, Larry Page e Richard Branson, rispettivamente numeri uno di Google Inc. e Virgin Group, la risposta è “no”. O almeno non necessariamente.
I due, che vantano rispettivamente patrimoni stimati di 23 e 4,4 miliardi di dollari, e danno lavoro a oltre 47 mila e 35 mila dipendenti, sono convinti che per produrre non sia necessario lavorare freneticamente. Per i due colossi infatti la chiave della produttività risiede nella felicità del lavoratore stesso e, secondo numerosi studi più o meno attendibili, una persona per essere felice (a parte casi estremi) ha sì bisogno di lavorare, ma anche di tempo da dedicare alla propria famiglia e ai propri interessi.
Al contrario di Larry Page, che si è fermato a sostenere questa teoria, Branson ha deciso di passare alla pratica abolendo l’orario di lavoro e il conteggio delle vacanze per i suoi dipendenti diretti, assicurando, in caso di successo, l’espansione della sua filosofia a tutto il Gruppo Virgin, controllate comprese. Rimane da stabilire la questione compenso: se, quindi, i dipendenti portando a termine il medesimo progetto, ma dedicandoci (molto) meno tempo, percepiranno lo stesso stipendio percepito con un orario di lavoro prestabilito.
Non solo, Branson ha sempre portato avanti la teoria secondo cui per garantire il lavoro ai giovani è opportuno che i datori di lavoro assumano due part-time piuttosto che un full-time.
Anche una città in Svezia ha deciso di mettere in pratica una teoria simile. A Goteborg (seconda città più popolosa del Paese e sede di noti marchi come Ericsson e Volvo) il comune ha diviso i suoi dipendenti in due gruppi: un gruppo continuerà a lavorare otto ore al giorno per un totale di 40 ore settimanale, al secondo gruppo è stato ridotto l’orario a sei ore giornaliere, quindi 30 settimanali. Al termine dell’esperimento, iniziato il primo luglio e che durerà un anno, il comune tirerà le somme.
Anche Netflix, il portale di film in streaming, applica per i suoi dipendenti orari flessibili senza ferie prestabilite. Secondo il fondatore Reed Hestings i dipendenti talentuosi e svegli non hanno bisogno di eccessive ore lavorative per portare a termine un progetto lucroso per l’azienda. Nel caso di Netflix, Hestings garantisce ai suoi dipendenti stipendi più alti rispetto al resto del mercato statunitense.
Secondo Arianna Huffington, fondatrice dell’Huffington Post, il modello lavorativo applicato fino ad oggi non funziona, la mentalità stakanovista ed estenuante del super lavoratore oltre a demotivare il dipendente o il manager in questione danneggia le aziende. Nel libro Cambiare passo. Oltre il denaro e il potere. La terza metrica per ridefinire successo e felicità, la Huffington spiega che un lavoratore esausto e stressato si ammala più facilmente e commette più errori di un lavoratore libero da vincoli di orario. E’ impossibile, spiega, essere buoni manager e allo stesso tempo bravi vicini o, più semplicemente, sempre presenti in una famiglia. “L’attuale modello di successo, che si identifica con superlavoro, esaurimento da stress, mancanza di sonno, lontananza dalla famiglia, connessione 24 ore su 24, non funziona. Non funziona per le aziende, né per le società in cui è il modello dominante, né per il pianeta. Non
 funziona per le donne, e neanche per gli uomini”. Anche Bill Clinton ammise, spiega nel libro, che la maggior parte degli errori compiuti durante la sua presidenza furono causati dalle poche ore di sonno e quindi dalla stanchezza.
“Come gli edifici – spiegò ancora Arianna Huffington in un’intervista di presentazione al libro -, le nostre vite necessitano di lavori di riparazione e ristrutturazione. Quando andiamo al lavoro ce le lasciamo alle spalle, insieme alle nostre anime. E alla fine, a trovarsi fuori sincrono rispetto al modo in cui viviamo le nostre vite, e trascorriamo il nostro tempo, è proprio ciò a cui diamo valore, ciò che ci rende felici, che ci fa prosperare. Ed è per questo che abbiamo urgentemente bisogno di nuovi progetti, per riconciliare il tutto. Per vivere le vite che vogliamo, e che meritiamo davvero, non solo quelle di cui ci accontentiamo, abbiamo bisogno di una Terza Metrica, una misura alternativa del successo che superi il metro del denaro e del potere, e si fondi su quattro pilastri: benessere, saggezza, contemplazione e dono”.
Per dimostrare che i concetti di “lavoro estenuante” e “produttività” non sono sinonimi basta guardare i dati dell’Ocse riguardo le ore lavorate dai dipendenti dei Paesi dell’Organizzazione. Secondo l’analisi il Paese europeo che chiede sforzi maggiori ai propri lavoratori è, udite udite, la Grecia, con 2.017 ore annue per ogni lavoratore. All’altro capo della classifica c’è, incredibile ma vero, la Germania con 1.408 ore annue. In media un lavoratore greco lavora dunque il 40% in più del collega tedesco. Il Paese europeo con il minor numero di ore di lavoro per dipendente è l’Olanda (1.337). L’Italia si piazza invece al settimo posto con 1.778 ore annuali.
Le cose cambiano se si guarda alla produttività delle ore. Confrontando le ore di lavoro pro capite con il Prodotto interno lordo emerge che la Grecia è il Paese meno produttivo d’Europa rispetto allo sforzo richiesto ai lavoratori. In questa classifica la Germania occupa il settimo gradino mentre il più produttivo è il Lussemburgo (un Paese che comunque non compare nella top ten delle ore lavorate annualmente dai dipendenti). L’Italia è il quarto Paese meno produttivo. A remare contro la teoria di Page, Brandson e Huffington sono i dati relativi agli Stati Uniti. Secondo l’Ilo, l’agenzia per il lavoro dell’Onu, mentre nei principali Paesi europei le ore di lavoro annue sono comprese tra le 1.300 e le 1.800, negli Stati uniti il dato è di 1.825 ore annue pro capite. In termini di produzione per dipendenti l’America appare più virtuosa della media europea: 60.728 dollari all’anno contro 43.034 dollari.

 

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