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Il posto fisso è tutt’altro che morto

di Carlo Buttaroni

lavoro-“Il posto fisso non esiste più”, spiega Matteo Renzi dal palco della Leopolda. Gli fa eco Giorgio Squinzi, dall’assemblea generale di Confindustria: “E’ vero che non c’è più il posto fisso e una profonda riforma del mercato del lavoro è assolutamente necessaria.” E argomenta: “il mondo non è più di quello di cinquanta anni fa, cambia a velocità straordinaria. Dobbiamo pragmaticamente prenderne atto”.
Ma “pragmaticamente” parlando le cose non stanno realmente così. I contratti a tempo indeterminato (cioè il posto fisso) continuano a essere le forme di lavoro ampiamente prevalenti in tutte le economie occidentali, Italia compresa. Senza contare che continuano ad alimentare le speranze di milioni di giovani che ambiscono a trovare il “lavoro della vita”. E’ vero che in Italia i nuovi contratti di lavoro sono prevalentemente a orario ridotto e a termine, ma anche presupponendo che tali rimangano negli anni a venire (quando si spera che l’economia ricominci a crescere), con l’attuale tasso di sostituzione, dovranno passare cinquant’anni prima che i contratti a tempo determinato superino quelli a tempo indeterminato e circa un secolo prima che la proporzione tra le due forme di lavoro s’inverta. Certo, tutto può ancora accadere nei prossimi anni ma celebrare il funerale del “posto fisso” è quantomeno prematuro e ben oltre quel “lungo termine” rispetto al quale, ricordava Keynes, saremo tutti morti.
Ma c’è di più. In Italia, nella prima fase della crisi, i lavoratori a termine sono stati i primi a essere espulsi dai processi produttivi. Il prolungarsi della fase recessiva ha fatto registrare, invece, un calo dell’occupazione complessiva e una crescita dell’incidenza del lavoro temporaneo sul totale degli occupati. Questa dinamica è stata registrata, con misure diverse, quasi in tutte le economie occidentali. Attualmente, però, nei Paesi ormai fuori dalla recessione (gli Usa su tutti) si sta assistendo a un processo di ricomposizione del mercato del lavoro sui parametri pre-crisi, con una crescita dei tassi di occupazione senza incremento del ricorso al lavoro a termine. In pratica si è tornati ad assumere a tempo indeterminato. E ciò è abbastanza normale perché qualsiasi impresa che investe su cicli produttivi lunghi ha interesse a evitare il turnover dei lavoratori, perché questo porterebbe a un calo della produttività soprattutto nelle produzioni ad alto valore aggiunto. E’ questa la ragione della prevalenza delle forme di lavoro a tempo indeterminato rispetto a quelle a termine, in particolare nei settori dove le imprese investono in ricerca e sviluppo e dove ai lavoratori è richiesto un livello elevato di competenze. Questa evidenza rovescia un altro luogo comune: nelle economie avanzate, la flessibilità del mercato del lavoro è cresciuta non tanto sul lato dell’offerta (cioè dei lavoratori) ma su quello della domanda (cioè delle imprese). Questa flessibilità “buona”, negli anni precedenti la crisi, ha preso forma grazie all’elasticità della domanda da parte delle imprese, tese ad aumentare la propria competitività investendo nell’innovazione. In Italia questo è avvenuto in misura assai minore, tanto che le nostre imprese hanno progressivamente perso una doppia sfida: sul lato dell’innovazione con le economie occidentali e sul lato dei costi con le economie emergenti. Tutto ciò ha determinato un conseguente irrigidimento del mercato del lavoro, proprio perché il punto di equilibrio tra domanda e offerta, nel tempo, si è spostato verso il basso (salari e competenze) anziché verso l’alto.
In sintesi: il “posto fisso” nelle economie che vanno bene è tutt’altro che morto e sta vivendo una fase in cui la politica sta immettendo robuste dosi di vitamine ricostituenti. In Italia, invece, sta accadendo l’opposto. Si cerca, cioè, di introdurre la flessibilità sul lato dell’offerta (riducendo diritti e sistemi di protezione dei lavoratori) e non su quello della domanda attraverso stimoli agli investimenti in innovazione e formazione. E, infatti, con la crisi sono calati sia gli uni che gli altri, con un progressivo deterioramento del mercato del lavoro e una crescita dell’incidenza della disoccupazione di lunga durata (nella UE a 27 siamo preceduti solo da Slovacchia, Irlanda, Grecia, Bulgaria ed Estonia). Ma agire sul lato dell’offerta di lavoro in una fase economica in cui le imprese non hanno alcun interesse ad assumere, rischia, nel breve termine, di far crescere la disoccupazione e nel medio periodo di avere una progressiva sostituzione dei lavoratori più tutelati con quelli meno tutelati, senza una vera crescita della popolazione occupata. Ma c’è di più. Se la scelta di lungo termine è quella di far competere le imprese nella serie “B”, dove il confronto non è sulla capacità di conquistare i mercati con l’innovazione e la qualità ma sui prezzi bassi, allora siamo destinati a perdere perché non abbiamo una capacità produttiva tale da porci allo stesso livello dei paesi emergenti che fanno del costo del lavoro la principale leva competitiva.

(articolo pubblicato su Radio Articolo 1)

 

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