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Investire per rilanciare l’occupazione

di Carlo Buttaroni

posto di lavoroTra i 28 paesi dell’ UE, l’Italia è al 25° posto per quanto riguarda il tasso di occupazione della popolazione tra 20 e 64 anni. Quasi 8 punti sotto la media europea (68,5%) e distante 14 dall’obiettivo fissato dalla Strategia Europa 2020 per lo sviluppo e l’occupazione, che prevede – entro il 2020 – una quota di popolazione occupata pari al 75%. Fanno peggio dell’Italia soltanto la Spagna (che si colloca pressappoco sui nostri stessi valori) e la Grecia (che chiude la classifica), mentre ci precedono – continuando a guardare la parte bassa della classifica – Ungheria, Bulgaria, Malta, Romania, Irlanda e Polonia. Partendo dall’alto, al primo posto c’è la Svezia (con 18 punti percentuali in più rispetto all’Italia), seguita da Paesi Bassi, Germania, Austria e Danimarca. Questo gruppo di Paesi ha già raggiunto il traguardo stabilito dall’Unione europea mentre il Regno Unito è a un soffio e poco sotto si colloca la Finlandia con il 74% di occupati. L’indicatore misura la capacità di utilizzo delle risorse umane e la forza strutturale di un sistema economico. In che condizioni è il nostro mercato del lavoro è sotto gli occhi di tutti. Ma, purtroppo, c’è di più. Se si considera il tasso di disoccupazione di lunga durata (rappresentato, cioè, da chi è alla ricerca di un’occupazione da almeno dodici mesi), l’Italia si colloca ancora nella parte bassa della classifica (22° posto e 8 punti percentuali superiori alla media europea). In Spagna (con la quale condividiamo il fondo scala dell’occupazione) la disoccupazione ha un carattere più transitorio e, chi cerca lavoro o chi l’ha perso, è più facile lo trovi.
La persistenza degli individui nello stato di disoccupazione comporta un progressivo deterioramento del capitale umano e tende a trasformarsi in disoccupazione strutturale, cioè non più riassorbibile anche se cambia il ciclo economico. Il tasso di disoccupazione di lunga durata, dunque, non solo costituisce un grave problema sociale, ma rappresenta un segnale del distorto funzionamento del mercato del lavoro. Un medesimo livello di disoccupazione, infatti, può coesistere con differenti durate, comportando, a sua volta, implicazioni sociali diverse. Riassumendo: un mercato del lavoro dinamico (e in buona salute) deve avere un tasso di occupazione alto (il 75% secondo le indicazioni dell’Unione Europea) e un basso tasso di disoccupazione di lunga durata. Solo in questo modo si evita la disoccupazione strutturale e il conseguente spreco di capitale umano.
Per l’Ocse, la disoccupazione strutturale difficilmente verrà riassorbita con il ritorno alla crescita e ci dovremo abituare a convivere con una disoccupazione del 10–12%.
Uno scenario da incubo, per Paolo Pini, docente di economia all’Università di Ferrara: “se aggiungiamo i Neets, gli inattivi perché scoraggiati, gli inoccupabili perché fuori mercato e i ‘rottamati’ come gli ‘esodati’ e gli ‘esodanti’, superiamo i 6 milioni di persone involontariamente private di lavoro e reddito”.
Uno scenario a tinte ancora più fosche se si considera che l’Italia, tra i paesi Ocse, è quello con i sussidi pubblici meno generosi per chi perde il posto di lavoro, con un rapporto tra reddito da lavoro e reddito durante la disoccupazione di circa l’8%, simile a quelli dei paesi dell’Est europeo e molto distante da paesi come la Germania (28%), la Francia (44%) o anche la Spagna (26%).
Inoltre, questo dato medio nasconde due elementi di distorsione del nostro sistema. Il primo riguarda la differenza tra il periodo iniziale di disoccupazione e quello successivo, quando si trasforma in disoccupazione di lunga durata. Mentre nella prima fase della perdita del lavoro è più facile trovare un’occupazione e si può contare su un sostegno mediamente generoso (68% del reddito), garantito soprattutto dalla Cassa Integrazione, nella seconda fase, diventa più difficile ricollocarsi e il rapporto tra reddito da lavoro e sussidi scende direttamente a zero. Il secondo aspetto riguarda proprio la Cassa Integrazione, che non è un programma universale di sostegno al reddito, alla quale chiunque perda il lavoro e abbia pagato contributi può avere accesso, ma è limitato a determinate fasce di lavoratori. Per molti lavoratori italiani, infatti, anche all’inizio di un eventuale periodo di disoccupazione il sistema di welfare non garantisce alcun sostegno.
Riacapitolando: il nostro mercato del lavoro è gravemente malato, non ha ammortizzatori adeguati a quelli dei Paesi avanzati e la rigidità del sistema non è sul versante dell’ingresso ma dell’uscita. Questa caratteristica, oltretutto, non è il prodotto della crisi economica ma delle riforme realizzate negli ultimi 20/30 anni. Riforme che hanno progressivamente allargato il “gate” dell’uscita dal mercato (allentando i sistemi di protezione) e ristretto quello in entrata, moltiplicando le forme di lavoro non stabili, col risultato che è sotto gli occhi di tutti. Il jobs act è la cura adeguata per guarire il grande malato? Difficile dirlo finché non saranno presentati i decreti della delega. Al momento ciò che si può dire è che il principio attivo cui s’ispira non sembra troppo diverso da quelli usati finora. Purtroppo ancora una volta, si ripete lo schema degli ultimi tre anni: mettere in campo riforme che pretendono di far crescere l’occupazione ampliando la flessibilità in uscita. Ma l’occupazione può crescere soltanto se le imprese hanno interesse ad assumere, non a licenziare. E perché le imprese abbiano interesse ad assumere occorrono investimenti, pubblici e privati, con i primi che trainano i secondi. Com’è avvenuto nei Paesi che già sono usciti dalla recessione e hanno ricominciato a crescere.

(articolo pubblicato su Radio Articolo 1 il 10 novembre 2014)

 

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