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Le donne nel mercato del lavoro

donne_lavoro_famigliaIl tasso di disoccupazione che ad ottobre è cresciuto al 13,2%, per quanto segni un record negativo, ha (anche) nell’aumento della partecipazione alla forza lavoro della componente femminile una parte di spiegazione. Le donne, tuttavia, al pari di giovani e disoccupati di lunga durata (ovvero coloro in cerca di un impiego da almeno 12 mesi) hanno dalla loro maggiori difficoltà a trovare un posto di lavoro.
Si era già scritto, recentemente, del ricorso all’autoimprenditorialità allo scopo di costrastare la crisi occupazionale. Nel caso specifico delle donne, secondo quanto censito dall’Osservatorio sull’imprenditoria femminile di Unioncamere, in Italia le imprese di questo tipo sono oltre un milione e 249 mila, pari al 21,4% del totale. Spesso sono imprese individuali (nel 26% dei casi), ma anche cooperative (21%) o società di persone (poco sopra il 16%), comunque di norma aziende di piccole dimensioni con un fatturato che si aggira intorno ai 20 mila euro l’anno. Le previsioni per il 2019 è che le imprese a guida femminile possano raggiungere una quota superiore, fino al 29% del totale.
In Italia persistono ritardi strutturali che condizionano la vita economica e sociale delle donne, per giunta a scapito della collettività (il mancato contributo delle donne al mercato del lavoro ha un impatto negativo sul Pil). Si ricordi che il tasso di occupazione femminile in Italia si attesta al 46,6% quando nell’Ue è al 58,8%, ma in definitiva il nostro paese non è più indietro di altri secondo i parametri dell’indice Sigi (Social Institutions And Gender Index) elaborato dall’Ocse e che tiene conto di diverse variabili che includono pratiche discriminatorie. Il gap è più ampio sul piano economico, stando all’ultimo rapporto in materia del World Economic Forum (Global Gender Gap 2014).
In pratica, si spiega nel rapporto, l’Italia arranca in campo economico e salariale dove occupa rispettivamente il posto numero 97 e 114. Da noi le donne non arrivano a guadagnare nemmeno la metà di quanto percepiscono a parità di condizioni i colleghi uomini. Nel 2014 ad una donna è così spettato il 48% dello stipendio medio di un uomo. In Danimarca il livello medio di retribuzione si attesta al 71%.
A tutto ciò si aggiunga l’atavica assenza di tutele garantite sul luogo di lavoro – questione a cui già la riforma Fornero del mercato del lavoro ha tentato di porre un rimedio, in particolare in riferimento alle dimissioni in bianco – riguardo maternità e interruzione dell’attività lavorativa. L’Istat, in un report di qualche tempo fa, notava al riguardo che la quota di madri che hanno interrotto il lavoro in occasione della nascita di un figlio risultava stabile tra le generazioni (“dal 15,6 per cento delle donne nate tra il 1944 e il 1953 si arriva al 14,1 per cento di quelle nate dopo il 1973”, chiariva il report). Il Jobs Act del governo, che ha ottenuto il via libera definitivo il 3 dicembre, prevede ulteriori misure volte a facilitare la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro.
Ribadiamo: non è affatto un problema esclusivamente italiano, anzi. Anche negli Stati Uniti le donne guadagnano due terzi dello stipendio degli uomini. E un recente studio della commissione Diritti delle donne del Parlamento europeo conferma che nell’Ue le donne partecipano in quantità ridotte al mercato del lavoro. Non è un caso se, alla vigilia del G20 di novembre, nella lettera pubblicata sul quotidiano Il Foglio, il primo ministro australiano Tony Abbott sottolineava l’importanza di stabilire un obiettivo per ridurre del 25%, entro il 2025, l’attuale divario tra uomini e donne nel tasso di partecipazione al lavoro. “Ridurre tale divario in questa proporzione – scriveva – porterebbe oltre 100 milioni di donne a entrare nel mercato del lavoro in tutto il mondo”.

(articolo pubblicato su Tgcom24 del 4 dicembre)

 

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