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L’importanza di saper innovare

innovazioneL’Italia è un paese a rischio “disoccupazione di massa”? Non in termini assoluti, magari. Ma il ragionamento del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, è ovviamente più complesso. Intervenendo alla Luiss qualche giorno fa, Visco ha osservato come una debole propensione all’innovazione possa condizionare, con esiti del tutto negativi, il mercato del lavoro.
Afferma Visco: “L’innovazione crea nuovi lavori, ma senza creare le condizioni per fare quei lavori, rischiamo una disoccupazione di massa in un tempo di transizione che non sarà così breve”. Un problema atavico dell’Italia, infatti, è non riuscire ad investire adeguatamente in capitale umano. Se ne è parlato anche di recente: a tutt’oggi siamo in ritardo rispetto ai principali paesi concorrenti.
Nel 2013, ad esempio, soltanto il 58% della popolazione italiana nella fascia di età 25-64 anni aveva concluso un ciclo di scuola secondaria superiore mentre la media Ocse si attesta al 77%. In più il 70% degli adulti italiani non è in grado di comprendere adeguatamente testi lunghi e articolati contro una media Ocse del 49%.
Investire nel capitale umano significa, infatti, fornire alle persone gli strumenti, le conoscenze, competenze e abilità che consentono la creazione del benessere personale, sociale ed economico. Innovare significa inoltre permettere ai lavoratori di sfruttare al meglio i vantaggi delle nuove tecnologie e garantire competitività al sistema economico, con chiari benefici per tutti.
Nel nostro paese a marzo il tasso di disoccupazione è tornato a crescere, attestandosi al 13%. E le stime della Commissione europea non fanno sperare granché: la disoccupazione dovrebbe consolidarsi al 12,4% nel biennio 2015-2016, sebbene a valori inferiori rispetto alle precedenti previsioni (12,8% per il 2015 e 12,6% per il 2016).
Il mercato del lavoro è in mutazione, i mestieri cambiano. Cambiano, anche, le competenze che si rendono necessarie. Alcuni recenti sondaggi hanno dimostrato come le aziende, talvolta, fatichino a trovare personale in grado di soddisfare i requisiti richiesti. Inoltre, analizzando il tasso dei posti vacanti in Italia, stabile allo 0,5% nel 2014, si conferma una sostanziale difficoltà nell’incontro di domanda e offerta di lavoro. Il tasso di posti vacanti riguarda infatti il lato della domanda, cioè delle figure professionali che servono alle imprese o di cui se ne evidenzia un certo grado di assenza.
C’è poi un’ulteriore questione, che riguarda la dimensione delle imprese. È vero che diverse Pmi (piccole e medie imprese) hanno introdotto innovazioni negli ultimi tre anni (secondo il rapporto Le Pmi e la sfida della qualità – Un’economia a misura d’Italia realizzato da Cna e Fondazione Symbola, l’Italia si colloca in questo senso al secondo posto in Europa alle spalle della Germania) ed è vero altrettanto che gli investimenti nel digitale da parte degli imprenditori italiani della vendita al dettaglio sono cresciuti del 25% rispetto al 2013 – soprattutto grazie al “boom” dell’eCommerce –, con una crescita dell’occupazione nel settore del 15%, tuttavia gran parte delle imprese italiane che nascono piccole, osserva ancora Visco, “rimangono tali”. A differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, ad esempio, dove le imprese hanno prospettive di crescita più interessanti.

(articolo pubblicato il 7 maggio 2015 su Tgcom24)

 

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